A un passo dall'ufficio telegrafico trovi una viuzza che sale sul monte. Da una parte e dall'altra di questa via angusta e fangosa sorgono le abitazioni di Tai. Sono di legno, e di quell'architettura che abbiamo già osservata a Perarolo; i tetti di cortecce d'albero sovrapposte sporgono in fuori per un buon metro, e hanno una pendenza notevole, come suolsi nei paesi nordici ove bisogna agevolare lo scolo alle nevi. I fumaiuoli non si usano, e il fumo esce dalla porta annerendo le gallerie, le pareti esterne e le scale, ciò che, a dire il vero, non coopera a dare un aspetto di decenza al villaggio. Il pian terreno d'ogni casa è una specie d'arca di Noè, ov'hanno domicilio gli animali domestici, e si vede che la popolazione di Tai partecipa piuttosto ai gusti del Michelet che non segua i precetti del Mantegazza, e concede sotto il suo tetto un posticino alle bestie. — Chicchirichì. — Dal pollaio senti la nota misurata ed acuta del vigile gallo, mentre vi risponde in chiave di baritono il paziente e rassegnato bove dalla sua stalla, il porco grugnisce a mezza voce, e l'asino, il tenore dei quadrupedi, innalza al cielo il suo raglio patetico. Qua e là passeggia dinanzi al noto abitacolo il grave tacchino, impettito come un senatore, la gallinella con passo leggiero di danzatrice va beccando rasente alle siepi.
Però, anzichè occuparsi della gallina, sarà miglior consiglio alzare il capo e fissare lo sguardo al monte Antelao, il re di quella catena, la cui cima torreggia dominatrice sopra altri monti minori. Dicono i Cadorini che, se il suo comignolo è vestito di nubi, la pioggia non è lontana, e non conviene avventurarsi a troppo lunghe gite. Io, dopo le debite osservazioni, ridiscesi la via percorsa e lasciai passare un breve acquazzone camminando su e giù pel vestibolo dell'albergo, e gettando di tratto in tratto l'occhio nella cucina, ove parecchî uomini, vestiti a foggia di montanari, seguivano attenti il bollire del riso nella pentola, e il giro uniforme dello spiedo sopra le brage. Piovigginava ancora quando uscii all'aperto, e deliberai di fare una passeggiata dalla parte che mena a Cortina d'Ampezzo. Le nuvole s'erano diradate alquanto; non così però che il grigio non prevalesse ancor all'azzurro. Le montagne s'erano liberate il capo dalla benda che le teneva nascoste; ma, anzichè spiccare sulla curva d'un orizzonte limpido e trasparente, disegnavano i loro contorni sopra un fondo cinereo, mentre larghe falde biancastre si appiccicavano ai loro fianchi come brandelli di una vesta sdrucita. Talora lasciavano vedere soltanto le cime, e a mirarle così isolate, con quella loro tinta fredda d'inchiostro di China punteggiata qua e là dalle nevi, avevano qualche cosa di lugubre e di sinistro. Le avresti dette spettri giganteschi che, celata la persona in un ampio lenzuolo, si fossero alzati dalle loro tombe per godere ancora una volta lo spettacolo di questo piccolo mondo. Il vento scomponeva gli ordini di quelle masse di nubi che ora procedevano serrate, ora sciolte, ora s'incontravano evitandosi rapidamente, ed ora cozzavano e si mischiavano insieme. Dalle pensili selve usciva un gemito malinconico, malinconico come il cielo velato, malinconico come l'ora che transita fra il giorno e la notte. E io andavo innanzi senza avvedermene, lasciavo alla mia destra Nebiù, piccola villa tutta fra i monti, e in faccia mi si prospettava Valle, grosso paesotto, e un po' più in là Venas, posta sul ciglione d'un monte non elevato, da cui si direbbe volesse spiccare il salto di Saffo. Stupendo paese, abbenchè ivi tu non senta il romoreggiare della Piave, e la strada sia meno variata, e le pendici dei monti, coltivate a frumento o a praterìa, non abbiano punto dell'arido come in altri luoghi del Cadore. Voci di fanciulli si sollevavano dietro a quegli alberi, gruppi festevoli ruzzolavano pel verde declivio di quelle alture, e qua e là le campane suonavano l'Ave Maria. È l'ora dei raccolti pensieri, è l'ora in cui l'anima sospira affannosamente alle cose lontane o perdute. Come se la brezza increspa la superficie d'un lago, discerni solo confusamente ciò che vi dorme nel fondo, così nella lotta diuturna della vita talora il passato si nasconde o si vela. Ma come se l'acqua si spiana, gli oggetti ch'ella ricopre si disegnano con netti contorni, così nella solitudine e nel silenzio acquistano rilievo le memorie dei tempi fuggiti. E l'anelito che ti fa evocare i diletti estinti sembra pago un instante, e li vedi affacciarsi al tuo sguardo e sorriderti, e schiudere le braccia all'usato amplesso. Oh! non così, immagine fuggitiva ed eterea, non così io credevo incontrarti su questi monti, mia sorella, mia sposa, Emma mia. Anima soavemente innamorata del bello, perchè non eri tu meco a ritrar sulla tela i varî aspetti di questa natura sublime? Poveretta! I tuoi pennelli giacciono polverosi nel loro cassetto, i tuoi disegni sono intatti nella cartella; ma la tua mano bianca e gentile non mescerà più i colori sulla tavolozza, non prenderà più la matita. Mia buona Emma, mia perduta da un anno! Così giovane, così leggiadra, così pura, perchè involarti da me? Non eravamo sempre vissuti insieme, non avevamo cominciato ad amarci bambini, giocando insieme nella sala o sul terrazzo della tua dimora? Il tuo nome non chiudeva per me ogni dolcezza? Ed ecco, oggi io non so più scriverlo senza che la guancia mi si bagni di pianto, non so più sentirlo proferire dagli altri senza che un fremito mi corra tutte le membra. E vorrei che la mia prosa negletta acquistasse, parlando di te, un inusato fascino, onde come in nitido cristallo vi si potesse specchiar la tua immagine e invaghire di sè chi svolge le carte di questo volume. Nè ti dolga, schiva com'eri di lodi, s'io consacro alla tua memoria questa pagina disadorna, e faccio pubbliche le tue virtù e il nostro amore. No, io non disturberò la tua pace con vanti superbi; mi basti richiamare sulla tua tomba un sospiro e una lagrima di chi sente la religione della famiglia, e sa che vuoto lasci nel mondo il dileguarsi d'una di queste dee casalinghe, ministre di sacrificî e di affetti. O giovani madri, che vi vedete saltellare intorno una nidiata di bambini, e li vedete crescere dal vostro soffio nudriti, dall'ombra vostra difesi, come teneri arbusti che isolati non reggerebbero nè all'impeto del vento, nè alla sferza del sole, possa un Nume tutelare serbarvi a que' cari angioletti. Ma se voi li lasciate, chi prenderà il vostro posto? Di che canzoni culleremo i loro sonni, di che racconti intratterremo la loro infanzia? Dalla ninna nanna, con cui la balia addorme il lattante, fino al volumetto di novelle, sul quale il fanciullo impara a sillabare, per tutto è il nome materno: il mondo non ha previsto il caso che i bambini non avessero madre. Miei poveri orfanelli, aprendo il libro della vita, voi troverete lacerata una pagina; la pagina che vi avrebbe compensato di tante altre, o stolte, o ingannatrici, o nefande; la pagina, su cui avreste riposato lo sguardo nei giorni dell'abbattimento e dello sconforto; la pagina, nella quale era scritto a lettere d'oro: — Amore materno!... —
E tu perdona, o lettore, s'io ti parlai de' miei lutti. Vi sono tanti che riempiono interi volumi dei loro panegirici vanitosi, ch'io spero meritare indulgenza se ho consacrato poche parole al mio dolore....
III.
Una modesta dichiarazione. — La leggenda del Cristo. — L'asina di Balaam e i bovi cadorini. — La capitale del Cadore. — Aspetto della natura dopo Pieve. — Le donne al lavoro dei campi. — Il torrente Molinà e la villa di Calalzo. — I cimiteri di villaggio. — Lozzo di Cadore e le sue rovine. — I Tre ponti. — Fatto d'armi del 14 agosto 1866. — Il patriottismo dei Cadorini. — Auronzo. — Un modo primitivo di dibattere la cosa pubblica. — Un gabinetto di lettura fra i monti. — La questione dei boschi. — Un ripiego da capocomico.
Come puoi credere, il paese di Tai non offre trattenimenti serali. Il viaggiatore non ha da far nulla di meglio che coricarsi per esser vigile e pronto ai primi chiarori dell'alba.
Una delle gite più frequenti pei forestieri che vengono a Tai è quella sul monte Antelao. Si alzano per tempissimo e vanno a vedere dalla pendice del monte il levarsi del sole. Potrei fartene anch'io una descrizione di fantasia, piena d'entusiasmi a freddo, e di punti ammirativi concepiti nel calamaio; ma, nell'accingermi a questa breve monografia, ho giurato a me stesso di non compiacere in nulla ai capriccî della immaginazione, e di non descrivere che quello che ho veduto realmente. Ora la mia gita in Cadore fu così precipitosa, ch'io non potei dilungarmi dalla strada postale, e mi dichiaro di per me un touriste di terzo o quarto ordine. Viaggiare presto, viaggiare in carrozza seguendo l'itinerario della diligenza, è rinunziare spontaneamente ad ogni azione sopra i lettori che vorrebbero sentirsi narrare le cavalcate sull'asino, le ardue discese giù per i greppi, le colazioni sull'erba, le cacce al camoscio, e che so io? Io mi scuserò co' due versi di messer Lodovico Ariosto:
Nè che poco io vi dia da imputar sono,
Chè quanto posso dar tutto vi dono.
Credo del resto che il carattere di quel paese, il colorito naturale di que' luoghi possano colpirsi anche senza gite troppo particolareggiate.