Intanto non fa punto mestieri di abbandonar la strada maestra per recarsi al famoso santuario del Cristo di Cadore. È una delle poche superstizioni di un paese che nel suo complesso è sveglio, e può valer la pena di spendervi alcune parole.

Salendo da Tai a Pieve, e quando hai fornito per tre quarti il tuo cammino, t'imbatti in una chiesetta bianca con peristilio romano e con un affresco di pessimo gusto sulla facciata. Se domandi che cosa sia quella chiesa e che cosa significhi quell'affresco, ti guardano strabiliati, come se l'ignorarlo fosse una grandissima colpa, e poi ti raccontano questo edificantissimo avvenimento. Accadde una volta che de' bifolchi aravano in quel sito la terra co' loro buoi, quand'ecco i laboriosi quadrupedi arrestarsi ad un tratto, nè voler più muover passo per quanto i loro conduttori li evangelizzassero con buone ragioni e con la dialettica persuasiva delle bastonate. L'asina di Balaam, narra la Bibbia, si trovò essa pure in condizioni uguali; ma, da quella bestia di spirito ch'ell'era, seppe almeno, per adoperare una frase del volgo, dire i suoi sentimenti. Citerò un brano del dialogo (Numeri XXII): .... Ed ella disse a Balaam: Che t'ho io fatto che tu m'hai percossa già tre volte?

E Balaam disse all'asina: Io t'ho percossa, perchè tu m'hai beffato; avessi pure in mano una spada che ora t'ucciderei.

E l'asina disse a Balaam: Non sono io la tua asina, che sempre hai cavalcata per addietro fino a questo giorno? Sono io mai stata usata di farti così? Ed egli disse: No.

Non sembra che i bovi cadorini sfoggiassero una sì persuasiva eloquenza; sembra invece che, sordi ad ogni maniera d'argomenti, s'inginocchiassero con grande compunzione, onde la loro pietà inusitata insospettì gravemente i pastori, che si accinsero a scavare la terra in quel punto. Scava, scava, trovano, oh meraviglia! una cassa di legno. La schiodano, ed ecco, composto fra gli assiti del cataletto, un Cristo in croce, coi capelli lunghi, con la testa china alquanto sul petto. E quei capelli sono ancora cresciuti, e quella testa s'è chinata ancora di più, quasi a dar testimonianza della sua natura miracolosa. Fu quindi deciso che quello era Cristo crocifisso in persona, e si lasciò all'altro Cristo di Betlemme la briga di accertare la propria identità, cosa della quale egli non pare essersi finora occupato. Intanto nel luogo, ove successero questi fatti singolari, si eresse un tempietto votivo, il Cristo vi venne collocato con grandissima pompa, e cominciò a rimeritare i devoti con una buona quantità di prodigi. Occorreva la pioggia? S'invocava il Cristo, ed ecco egli disserrava le cateratte del cielo. Occorreva il sole? Ed ecco il Cristo col suo soffio onnipotente diradava le nuvole e faceva apparire il più bel sereno che si potesse desiderare. Quindi un pellegrinaggio continuo al santuario, quindi una miriade di offerte che, a quanto mi disse argutamente un Cadorino, consentono al Cristo miracoloso di vivere di rendita. I pellegrini vengono anche di lontano, e sogliono lasciar le loro bisacce nel peristilio ed entrar nel tempietto umili e scalzi; prima di partire, se non appartengono ai 17 milioni d'illetterati, scrivono il loro nome sulla facciata della Chiesa, accompagnandolo talvolta con iscrizioni ascetiche. Sono, qual più qual meno, portenti di sintassi e d'ortografia, e mi colpì fra le altre la seguente:

qui Baldassare Chelli toscano di Prato col filio Emilio e sua consorte Nina venne per devosione.

Nello scorrere queste righe in istile epigrafico non potei a meno di chiedere a me stesso se per avventura il signor Baldassare Chelli, toscano di Prato, fosse salito in Cadore a spargervi notizia della buona lingua, secondo il desiderio di Alessandro Manzoni e del ministro Broglio.

Comunque sia, queste singole leggende de' varî paesi, nel mentre attestano lo spirito superstizioso dei volghi, tendono al grande accentramento cattolico, a cui mira la Chiesa. È il municipalismo introdotto nella fede, è un tentativo di autonomia nel campo dell'unità. Il giorno che si forma uno di questi miti nel cuore del popolo, la gerarchia ecclesiastica non può a meno di sentirsene scossa: la fede esce di carreggiata, e anzichè tenersi entro i margini prescritti, cerca i suoi conforti nelle creazioni avventicce del momento e del luogo. Ma come opporvisi? Il prete di campagna, o partecipi egli pure alla credenza comune, o cerchi farne suo pro per uscire alquanto di tutela e sottrarsi alle ferree spire che lo costringono, e acquistar maggiore importanza presso i suoi parrocchiani, si leva assai di rado a combattere le superstizioni nascenti, e con animo volonteroso ministra all'altare dedicato all'idolo che sorge. La Chiesa lo sa e lascia correre. Talora fa le viste di non avvedersene, talora concede il diritto di cittadinanza a questa o quella delle nuove leggende, e impone a' suoi dugento milioni di fedeli la fanfaluca che ha dovuto accettare da un gruppo di cinquanta pastori. Sottili arti d'impero, nelle quali Roma è maestra.

Dal santuario del Cristo a Pieve corrono appena cinque minuti.

Pieve è quasi per intero costrutta di pietra, e sebbene i vetturali, che vogliono risparmiare ai loro ronzini un buon tratto di salita, sostengano che non vi si alloggia nemmeno per idea come nell'osteria al Cadore, ella ha un aspetto molto più signorile di Tai. Ha guarnigione [cinquanta o sessanta bersaglieri], ha pubblici ufficî, e quindi impiegati; ha Pretura, e quindi avvocati e legulei. La piazza è sufficientemente ampia e regolare; ha un carattere antico e contiene i due monumenti più ragguardevoli di Pieve, la casa di Tiziano e la chiesa. Della casa ove nacque il grande pittore dell'Assunta e del San Pietro Martire, non saprei dirti nulla, tranne ch'ella serve a una vendita di vino al minuto, ciò che non mi sembra invero troppo dicevole. Quanto alla cattedrale, che contiene due dipinti di Tiziano, essa è piccola, ma non inelegante.