Chi viaggia con la diligenza non può recarsi più in là di Pieve, perchè l'impresa che aveva cominciato con lo spingere le corse fino ad Auronzo non vi trovò il suo utile, e dovette far le sue colonne d'Ercole della capitale del Cadore. Però la strada, sebben più deserta, non è meno varia e pittoresca: anzi, quanto più t'inoltri, tanto più folto di abeti e di larici è il dorso dei monti, e più spesso lo sguardo ti si riposa sopra il molle declivio degli altipiani coltivati parte a cereali, parte a prateria. E là su quelle praterie e su quei campi vedi disegnarsi i gruppi dei contadini e delle villanelle intenti al lavoro. Delle donne moltissime sono adoperate pei trasporti, o della legna, o del concime, o del fieno, o anche di pesantissime pietre che servono alle costruzioni, e tu le vedi curve sotto la rustica gerla contesta di vimini, che devi certo conoscere, se ricordi le povere femmine che dall'Alto Friuli scendono fra noi a limosinare, portando in quel recipiente di paglia ciò che le madri hanno di più prezioso, i loro bambini. Nel Cadore trovi gerle di tutte le dimensioni, e parrebbe che anch'esse avessero la loro infanzia, tanto ve n'ha di piccine, adatte a fanciulletti di cinque o sei anni. Quando non attendono a' trasporti, le donne si mescono invece ne' campi al lavoro degli uomini. Nella prima giovinezza, chè la fatica affretta in loro il corso degli anni, sono bellissime di aspetto e di forme. Vestono semplici assai: le ripara dal sole, o un cappello di paglia a larghe falde, o una pezzuola avvolta intorno al capo, o rossa o celeste; un corpetto turchino senza maniche fa spiccare le giuste proporzioni del busto; la gonnella più oscura sollevata intorno alle anche, mentre vangano la terra, lascia scoperta la sottana bianca come le maniche e come gli orli della camicia ch'escono fuori del corpetto. Per lo più vanno scalze, o, secondo il costume contadinesco, camminano portando i sandali in mano per calzarli sulla strada maestra o ne' siti di maggiore riguardo. Dopo Pieve il passaggio di carrozze è assai limitato, e perciò, come i contadini del piano, quando guizza dinanzi a loro un convoglio di strada ferrata, così quelle leggiadre montanine si fanno uno spettacolo del transito d'un cocchio, e incrociate le mani sopra la zappa, oppure tenendo il rustico arnese con la destra e appoggiando sul manico il gomito sinistro, piegano la testa sull'avambraccio e guardano in vaghissimo atteggiamento. Ho anch'io un'estetica esclusiva, e non so idearmi la donna bella e poetica altro che splendida di seta, o circonfusa di veli; ma gli è che le figure della nostra fantasia aristocratica si disegnano tutte sopra un fondo convenzionale: o fra la mezza oscurità di un salotto elegante, o fra i sentieri odorati di un parco: ma la bella alpigianina, in mezzo a quei monti, a quel cielo, a quelle pietre, sta bene vestita così; il paese che la circonda fa parte del suo abbigliamento.
Ma eccoci a uno de' punti più pittoreschi del Cadore. A una svolta della strada ti si apre inaspettato al fianco un angusto e profondo burrone, stretto fra due coste del monte, entro il quale devolvesi romoreggiante il torrente Molinà. Strepitano al basso i molini messi in giro dall'acqua, e fa singolare contrasto col candor delle spume, con la tinta fredda dei sassi e col malinconico colore degli abeti, il verde vivo di qualche falda di terra coltivata a praterìa proprio al lembo ultimo della sponda. In alto e alla sinistra di chi si affaccia al parapetto della strada, il villaggio di Calalzo con la sua chiesetta candida di neve, col suo campanile coperto di lavagna, pensile sulla pendice d'un monte, pare intenda l'orecchio al gorgogliare dell'onda.
Indi la via prosegue con un'alternativa di salite e discese. Per lunga pezza scorgi Pieve, di là da una vallata, o da monti più bassi; poi incontri Vallesella, Donnegge, e ti additano il campanile di Lorenzago, ove il Calvi s'accommiatò dagli amici, e quinci e quindi altre villette vagamente sparse, quali sul vertice, quali sulla china d'un monte. Mi ricordo una cosa semplicissima che mi colpì. A pochi metri da ciascuna di quelle ville miri un recinto rettangolare chiuso da un muro bianco e basso. È il cimitero. Quanto più commovente e più bello delle moli superbe che raccolgono migliaia di estinti l'uno all'altro ignoti! Colà almeno dormono insieme quelli che un giorno lavoravano insieme, e la zolla senza nome è distinta fra mille più che il marmo istoriato dei sontuosi cimiteri. Colà almeno, se qualche fremito di vita corre attraverso le fredde reliquie, i defunti sentono le care e note favelle nella capanna vicina, e nelle lunghe sere d'inverno, quando la neve imbianca le povere croci, odono il ronzìo del consueto filò entro la tepida stalla, e indovinano la primavera al tintinnìo delle capre erranti pei monti, e la state all'allegra canzone dei mietitori. Colà almeno la religione della famiglia, sopravvissuta al naufragio di tutti gli Olimpi, ha più facili i suoi riti pietosi, e l'alpigiano che sfronda gli abeti o mena la vaccherella su pegli scoscesi sentieri, vedendosi a' piedi il tranquillo recinto del camposanto, pensa a' suoi diletti che ivi dormono l'eterno sonno, e tempra con soave malinconìa la fierezza dell'animo.
L'aspetto d'un cimitero dispone lo spirito a tetri pensieri; ma v'è qualche cosa di molto più lugubre, ed è l'aspetto della devastazione e della rovina. Esso ti si presenta a Lozzo, villa distrutta poco men che da capo a fondo da un incendio il 15 settembre 1867. Lo spettacolo che essa mostrava nel maggio successivo, in cui gli abitanti erano già innanzi nell'opera di ricostruzione, poteva darti un'idea della orrenda catastrofe, facile del resto a immaginarsi, quando si pensi che le case erano pressochè tutte di legno e che l'incendio divampò nella notte. Facevano ingombro alla via le travi carbonizzate e i monti di sassi destinati a rifabbricare più solidamente il villaggio, e alcuna delle abitazioni di pietra non soggiaciute a quella ruina portava i segni del guizzo capriccioso della vampa intorno alle muraglie sgretolate. Le case erano ancor senza tetto; la popolazione viveva di giorno sulla strada, e la notte trovava ricovero in qualche capanna ospitale nelle vicinanze. Così quelle genti, colte dalla sventura in autunno, avevano dovuto lasciar trascorrere i lunghi mesi del verno, avevano dovuto lasciar che le nevi coprissero le macerie del loro paese, prima di poter ricomporre di propria mano il povero nido. E fu davvero per un miracolo di carità dei luoghi vicini, che riuscirono a durare i rigori della stagione e a serbar vigorose le braccia e non accasciato lo spirito. In mezzo a quella scena che ti ricorda le irruzioni barbariche, causa di tanti lutti all'Italia, vedi ancora volti sereni, odi le voci festive delle fanciulle che attingono al fonte, e le risate clamorose dei bambini che giuocano sopra i mucchi di sassi.
A poche miglia da Lozzo trovi una specie di chiusa detta dei Treponti. La strada si biforca: il braccio destro entra nel Comelico, il sinistro va verso Auronzo. Dalla destra viene impetuosissima la Piave e in quel sito accoglie le acque d'un altro torrente, che scende dal lato opposto, l'Ansei. Il nome dato a quel luogo è dovuto appunto a tre ponti di pietra, o, a meglio dire, a un ponte che si tripartisce e con due delle arcate traversa le fiumane ancora divise, con la terza le valica dopo il loro connubio. Tutto intorno sorgono monti alti e scoscesi, fitti d'abeti sulla sponda dell'Ansei, aridi e nudi su quella della Piave, quantunque chi penetri nel cuore del Comelico veda nuovamente imboscarsi il terreno. In questa gola si combattè nel 14 agosto 1866 l'ultima scaramuccia fra Italiani ed Austriaci. Venivano questi da Auronzo sotto il comando del generale Mensdorff Pouilly, ed erano in numero di 4000, impazienti di forzare il passaggio, ignari ancora dell'armistizio concluso due giorni innanzi. Avevano a fronte pochissimi volontari cadorini, male vestiti e male armati, che, sebbene colti alla sprovveduta, opposero una pertinace resistenza, spargendosi qua e là dietro gli abeti lungo il dorso del monte che bagna le falde nell'Ansei, e mantenendo un fuoco micidiale da bersaglieri contro le masse nemiche. Vi furono da ambo i lati morti e feriti, vittime inutili d'una lotta che non aveva più scopo. Un oste del luogo, vecchio coi capelli bianchi, certo più che sessantenne, che quel giorno aveva anch'egli brandita la sua carabina e preso parte alla pugna, me ne disse le vicende con ardor giovanile, e l'inatteso approssimarsi degli Austriaci, e lo sgomento delle donne, e il piglio risoluto dei nostri, e il primo sangue versato, e il giungere al campo austriaco d'una staffetta portante la novella dell'armistizio. Come mi piaceva sentire in bocca al valoroso vegliardo quella frase — i nostri! — Com'era bello quel suo infiammarsi nel racconto del breve conflitto! Certo nell'animo di lui non era sceso ancora lo scoramento, onde quasi menano vanto tanti Italiani. La luna di miele della libertà dovrebbe durare secoli: a noi sembrò più dicevole di chiuderla nella cerchia coniugale d'un mese e di atteggiarci poscia a mariti noiati.
In Cadore il patriottismo è sano e vigoroso, convinto che dopo aver toccato una mèta
Ch'era follia sperar
sarebbe delitto il mettere a repentaglio gli acquistati beni con le discordie intestine e con le violenti diatribe, convinto che non v'è gloria passata che basti a far perdonare la colpa di porre a cimento le sorti della propria contrada. Perciò in quella terra veramente eroica, in mezzo a quegli uomini veramente d'azione, non mi accadde di sentir vituperato il Governo come solevasi dell'austriaco, nè di veder fatti segno al pubblico sprezzo tutti coloro che sorsero a qualche rinomanza in Italia. I difetti delle nostre amministrazioni e de' nostri uomini si conoscono in Cadore non meno che altrove; ma i lamenti che se ne muovono non prendono quel tuono d'acrimonia che distingue in molte parti della Penisola le opposizioni, nè indossano quel manto d'intolleranza che nega il patriottismo a chiunque si faccia lecito di non osteggiare l'Autorità. E ciò che più conforta chi giunge dalle città atrabiliari e dalle campagne indifferenti della pianura, si è la pienezza della fede nei patrî destini, si è il sentirsi affollati d'interrogazioni sulle vicende politiche e sull'avvenire economico del paese; non già da ricchi possidenti del luogo, ma da poveri coloni, che una cinquantina di miglia più in giù non saprebbero se non assordarci di piagnistei sulla malattia delle uve e la gravezza delle imposte.
Oserò io dirlo? A quest'ultimo lembo della Penisola che, in ogni moto di popolo, fu o un covo d'insorti, o un rifugio di profughi, a questa regione alpina, ove dai 1848 al 1866 si congiurò in ogni casa, giovò forse non esser gonfiata dagli articoli del giornalismo e dalle arringhe dei meetings. Che pur troppo sinora in Italia pubblicisti e tribuni fecero più male che bene alla patria. Come que' membri dei consigli di disciplina della Guardia Nazionale che vestirono la divisa di giudici, perchè non volevano aver le noie di militi, così una gran parte di essi assunsero l'ufficio di dispensatori di luce per ismettere l'uniforme di cittadini, per sottrarsene ai doveri, per giustificare coi fremiti furibondi i tepidi e patologici affetti.
E adesso, chiudendo la parentesi, rimettiamoci in via, e dai Treponti dirigiamoci al punto estremo del nostro pellegrinaggio, ad Auronzo. Dopo Treponti si perde la compagnia della Piave, che, come abbiam visto, vien giù dal Comelico, e la strada solitaria costeggia sempre l'Ansei, passando in mezzo a un bosco di abeti. Uscendo dal fitto degli alberi, ti si apre al guardo un altipiano di ricca e bella verdura, cinto, ma non oppresso da monti, in mezzo al quale spiccano le candide muraglie della chiesetta d'Auronzo e i tetti bassi ed affumicati delle capanne di legno. Pieve arieggia uno de' soliti borghi della pianura, Tai è composta di poche case, Calalzo non è che un gruppo di meschini tugurî; ma Auronzo, paesotto piuttosto grosso e diviso in due parti (villa piccola e villa grande), ha un suo aspetto particolare con quelle abitazioni quasi tutte di legno, con que' vicoli che salgono con leggiero declivio sul pendio d'un monte, con quei mulini che vi romoreggiano mossi dalla corrente, con quell'abbondanza di acqua che vi zampilla in fontane, vi scorre in ruscelli, vi mugge in torrenti. Nella mia qualità di cittadino delle lagune, al veder tanta ricchezza di fonti, intorno alle quali le fanciulle d'Auronzo, ignude le braccia, piegata la persona, s'affaccendano a fare il bucato, pensai all'interminabile questione dell'acquedotto veneziano, lunga come quella d'Oriente, complicata come quella dello Schleswig-Holstein, e invocai sulla mia patria una vena della linfa cadorina per far tacere una volta il cicaleccio e spegnere gl'incendi del nostro giornalismo.