Chi lo direbbe? Anche Auronzo «la divisa dal mondo ultima Auronzo» ha una questione municipale. Qua e là vidi scritto col gesso — Abaso il segetario, — e deplorai vivamente che nessun giornale del luogo potesse con sagge e temperate polemiche, come si costuma fra noi, illuminare l'opinione pubblica, e che gli abitanti d'Auronzo non avessero alcun organo indipendente, su cui far valere le loro ragioni. È davvero una cosa umiliante, tanti secoli dopo Panfilo Castaldi e il Guttemberg, di non possedere un torchio e una scatola di caratteri di stampa, coi quali annunziare a tutti i popoli della terra che i propri concittadini son ladri e balordi, egoisti quando rifiutano i pubblici uffici, impudenti quando gli accettano.

Frattanto alcuni degli abitanti d'Auronzo cercano consolarsi della grave mancanza, formando un nucleo di società, che per sì piccola villa è veramente prezioso. Si radunano in dieci o dodici in una specie di gabinetto di lettura, ove ricevono i giornali di Venezia e di Firenze, e così, giuocando e ciarlando, ingannano le lunghissime sere d'inverno, e non si coricano che a mezzanotte, cosa da fare stupire chi consideri che in alcuni mesi dell'anno il sole non rischiara quella valle per più di tre ore al giorno, e una lastra di ghiaccio copre costantemente le vie.

Una questione ben più grave della municipale tiene sospesi gli animi in Auronzo, ed è quella della divisione dei boschi. In tutto il Cadore la maggior parte della proprietà boschiva è in mano ai Comuni, ma tra i Comuni più ricchi v'è quello d'Auronzo, ove, per singolare contrasto, la popolazione è poverissima, e s'è avvezzata ormai a vivere di sussidî. Ivi noi vediamo una miniatura del pauper inglese, dell'uomo cioè che, nella piena vigorìa dell'età, rinunzia alle compiacenze del lavoro per chiedere burbanzoso i sussidî del suo Comune, come si chiede una imposta. Perciò alcuni opinano che sarebbe saggio consiglio di venire a un riparto dei boschi, i quali, dicendosi comunali, sono, a rigore, proprietà dei singoli abitanti. Ma un provvedimento sì radicale incontra gagliardi oppositori, mentre sembra a molti che questa specie di legge agraria rovinerebbe il paese, affidando la conservazione dei boschi a gente cupida di farne danaro, e improvvida quindi dell'avvenire, e dimentica, o per accidia, o per ignoranza, di quelle cure che un tal genere di proprietà richiede. I boschi sarebbero distrutti, e con essi la principale, l'unica fonte di ricchezza del luogo, e i coloni tornerebbero al vecchio mestiere di poveri, senza poter affidarsi all'antica liberalità del Comune, ormai esausto di mezzi. Vorrebbesi quindi da molti che la proprietà rimanesse indivisa qual'è nelle mani del Municipio; ma che questo, anzichè volgerne i profitti a mantenere un accattonaggio legale, sapesse convergerli a far sorgere fonti di lavoro agli abitanti, a promuovere, per esempio, l'industria mineraria, ristretta ora alle vicine cave di zinco. Di tale questione, che si dibatte in Cadore con una vivacità che sente dell'acrimonia, io mi son fatto semplice espositore: confesso però che mi sembrerebbe incauto non poco un riparto di beni fra una popolazione che non diede caparra alcuna di alacrità, ma fu avvezza sinora ad aspettare la manna dal cielo.

Ed ora, giunto al termine della mia rapida corsa, dedicherò brevi pagine, se il lettore me lo assente, ad alcune considerazioni generali, le quali suppliranno alle immense lacune descrittive della mia monografia. Nella medesima guisa, quando al teatro, per una ragione o per l'altra, il capocomico non può far rappresentare l'ultimo atto d'una commedia, manda uno dei suoi subalterni ad annunziare al colto pubblico e all'inclita guarnigione che vi supplirà con una farsa non compresa nel programma. Per solito il pubblico fischia; io ti prego, o lettore, di non fare altrettanto, se in luogo di condurti in Comelico, o al bosco di Somadida, o al pensile lago di Mesurina, dove si mangiano di ottime trote, ti ammannisco una piccola dissertazione economica. Tu non ignori che ormai l'economia politica è diventata uno di quei pascoli comunali, ove una volta ciascuno menava gli armenti senza pagar nulla a chicchessia. Come cent'anni fa si scriveva un sonettino od un madrigale, così adesso si scrive una Memoria sul pauperismo, sul risparmio e sul sistema cooperativo. Lasciami pagar questo tributo al mio secolo.

IV.

Un'erudizione a buon mercato. — La proprietà e l'amore dei litigî in Cadore. — I boschi. — L'oligarchia dei negozianti di legname. — Loro spirito stazionario. — La tariffa dei legnami. — I punti neri del commercio cadorino. — Progetti per arrestarne la decadenza. — La pastorizia. — Necessità di diffonderla. — Una dissertazione economica a proposito di un beefsteak. — Le attitudini dei Cadorini. — Perorazione finale.

Comincio con facilissima erudizione. Il Cadore, come tutti sanno, è situato nel Settentrione delle provincie venete, e forma parte del Bellunese. Posto sulla pendice delle Alpi Rezie, è una delle cittadelle naturali d'Italia. Dopo varie vicende, fece nel 1420 atto spontaneo di dedizione alla Repubblica di San Marco, dalla quale ebbe in cambio ampli privilegî ed una larghissima autonomia, che avvezzando il popolo al governo della cosa pubblica ne acuì maggiormente la pronta e sottile intelligenza. Può dirsi anzi che Venezia non esercitasse sopra il Cadore che un semplice protettorato. Il paese si reggeva con leggi proprie: la sua Magnifica Comunità, eletta per centurie a suffragio di popolo, radunavasi in Parlamento ogni mese e costituiva il potere legislativo, mentre il potere esecutivo era affidato a quattro Consoli e ad un Vicario, nominati dallo stesso Consiglio. Rappresentava la Repubblica un Capitano residente nel Castello di Pieve, il quale assisteva bensì alle adunanze del Consiglio, ma senza diritto di voto. Quest'ordine di cose durò fino al 1797. Indi i Cadorini seguirono le alterne fortune di Venezia, alla quale li stringe inalterabile affetto e dal cui risorgimento economico molto s'aspettano. Il numero degli abitanti è ora di circa 40,000, ripartiti in cinquanta villaggi, gente robusta di membra e di spirito, calda di nobili sensi, immaginosa, faconda, ospitale; vero fenomeno per chi conosce il gretto contado della pianura veneta. È raro il Cadorino che non sappia leggere, e, cosa mirabile, il Comune di Pieve manteneva scuole pubbliche fino dal 1300! Ed è pur difficile trovar quivi chi non possieda un campicello e una casa, tanto vi è divisa la proprietà. Ne derivano vantaggi e danni: citerò fra questi lo scarso progresso dell'agricoltura e la smania de' litigî, che pare congenita nel piccolo possesso e che qui s'alimenta dalla sottigliezza dialettica della popolazione, la quale cita il Codice a memoria e ne discute gli articoli; tantochè se il Racine fosse stato in Cadore, si direbbe ch'egli vi avesse trovato i tipi dei suoi Plaideurs. A tante cause non bastano i pochi avvocati, e un discreto numero di legulei va ronzando intorno ai bisticciantisi, e soffia nel fuoco, e prolunga le questioni fuor di misura.

La produzione agraria del Cadore supplisce appena al consumo di due o tre mesi, onde non è concesso agli abitanti di vivere dei frutti del possesso, e devono impiegarsi nei boschi o negli edificî di seghe.

I boschi fanno la vera ricchezza del Cadore e occupano una superficie di pertiche censuarie 718,089:44.[4] Sono per la massima parte proprietà dei Comuni o delle Chiese: alcuni sono di privati: uno solo, quello di Somadida, appartiene all'Erario, per dono fattone dalla Comunità cadorina alla Repubblica veneta nel 1463. I Comuni, di triennio in triennio, aprono le aste per vendere i loro prodotti boschivi, e negli anni addietro i negozianti che vi concorsero, vi fecero immensi profitti, onde in mezzo al possesso frastagliato, alle consuetudini democratiche del Cadore, si costituì un'oligarchia di famiglie opulenti. Sennonchè le dovizie assai rapidamente accumulate hanno seco gravi inconvenienti, quello fra gli altri grandissimo di assopire le ardite iniziative, di non tener desto lo spirito ai bisogni e alle mutazioni dei tempi. Questo è un rimprovero che, salvo alcune eccezioni, può farsi ai ricchi negozianti del Cadore. Essi non hanno inteso la legge di progresso che governa tutte le cose, e videro in ogni innovazione un'insidia alla loro supremazìa. Citerò un fatto. Per insinuazione di alcuni di loro venne, durante il dominio austriaco, sospesa per qualche tempo la linea telegrafica di Tai, la quale, rendendo di pubblica ragione giorno per giorno il listino della Borsa di Vienna, li disturbava in certi loro affari di cambio. Le così dette tariffe dei legnami sono uno specchio fedele della stazionarietà cinese di questa gente. Quali erano cinquant'anni fa, tali sono adesso. La loro unità di valore è la lira austriaca, la loro unità di misura è il bollo e l'oncia, la loro lingua è il dialetto veneziano, tantochè vi vedi scritto Refudi invece di Rifiuti, Roversi in luogo di Rovesci. Le cifre sono immutabili; ma siccome anche i legnami vanno soggetti alla legge dell'offerta e della domanda, così le variazioni di prezzi si convertono in aumenti o ribassi dalla tariffa. I legnami scelti che vanno per la Puglia subiscono un aumento, che oltrepassò qualche anno fa il 22 per cento, ed oggi è dal 15 al 20: la massa però va soggetta a un ribasso, che talvolta supera il 26 ed il 30. Comunque sia, un forestiero che consulti la tariffa, principia col non intendere l'idioma, in cui essa è scritta, e, quando se l'è fatta spiegare, termina col saperne quanto prima, perchè gli manca il dato regolatore dell'aumento e del ribasso. Così una tariffa di legnami, assurda nel suo titolo, perchè tariffa significa immobilità, assurda nella sua lingua, nelle sue misure e nella sua moneta, che non sono nè la lingua, nè le misure, nè la moneta italiana, esige almeno altrettanti commenti, quanti ne voglia uno de' canti più astrusi della Divina Commedia.

È naturale che con tanta grettezza e con tanti intralci un commercio non possa a lungo prosperare, ed infatti il commercio cadorino è seriamente minacciato. Su molti degli antichi mercati il legname del Cadore trova la concorrenza formidabile di quello della Stiria, della Carintia, del Tirolo, della Norvegia, e persino dell'America, e non è che la robustezza della sua fibra, e un po' anche la tradizione, che gli consentano di mantener con decoro la lotta. Qui pure la strada ferrata ha prodotto una rivoluzione. I legnami della Carintia e del Tirolo, appena recisi, vengono messi nella strada ferrata, e non subiscono quindi nè la perforazione ai due capi, che produce una perdita per ogni pezzo, nè i ritardi d'un viaggio fluviale, nè i danni della troppo lunga immersione; a quelli della Norvegia e dell'America giova il modico prezzo, a tutti il sistema più semplice di contrattazione.