Credo sarebbe vana speranza quella di rimettere nell'antico suo fiore il commercio dei legnami cadorini. Nel Levante, nelle Isole Jonie ed altrove, esso godeva di una specie di monopolio, perchè le tradizioni onnipotenti della Repubblica di San Marco ne incatenavano il commercio alle antiche vie, e perchè i mezzi imperfetti di comunicazione rendevano o difficile, o impossibile la concorrenza straniera. Ma è opera gettata l'affannarsi sulle tracce dei monopolî perduti. Ormai non si può impedire che Trieste, la quale, favorita per tanti anni dal Governo austriaco, e, diciamolo pure, anche dalla maggiore operosità de' suoi abitanti, sorse vigorosa a fronte della nostra Venezia, continui ad approfittare della strada (Südbahn e sue diramazioni) che la congiunge alla Carintia e alla Stiria, ed a spargere co' suoi vapori i legnami lungo le coste adriatiche e mediterranee; nè si può arrestare la concorrenza dell'America, che, sbarazzandosi con la scure il cammino verso l'Oceano Pacifico, slancia in Europa le reliquie delle foreste che le facevano impaccio, e vince col basso prezzo gli ostacoli delle distanze e dei noli. Il commercio dei legnami in Cadore ha tre punti neri; il prezzo superiore a quello delle altre provenienze, la lentezza del trasporto, la perforazione delle tavole. La prima difficoltà è forse la meno ardua a superarsi, perchè i Comuni possono ribassare il prezzo dei loro prodotti boschivi, e i negozianti devono contentarsi di men lauti profitti in un tempo, nel quale ogni traffico vede assottigliati i proprî utili, ed è legge inesorabile lavorar molto per guadagnar poco. Più malagevole sarà l'accelerare il trasporto e il lasciare intatte le tavole, perchè ad ottener ciò converrebbe poter valersi della strada ferrata. Ora un tronco di strada ferrata che da Conegliano per Vittorio si spingesse direttamente attraverso il Cadore e andasse ad unirsi col ramo della Pusteria, divisato dall'Austria per arrivar poscia alla linea del Brennero, sarebbe certo cosa immensamente proficua, ma non conviene dimenticare gli ostacoli e il dispendio d'una tale impresa, che dovrebbe far superare ai convogli pendenze assai forti. Nondimeno varrebbe certamente la pena che gli uomini dell'arte studiassero il problema, e vedessero se i vantaggi di questa linea ferroviaria non ne compenserebbero in larga misura la spesa. Un altro disegno, assai degno di menzione, è quello di fondare in Venezia un grandioso edificio di seghe a vapore. Con un deposito sempre compiutamente assortito, con un lavoro non interrotto, esso ovvierebbe al gravissimo inconveniente del ritardo che soffrono ora le commissioni date in Cadore pegl'intralci naturali della fluitazione, aumentati talora o dai ghiacci, o dall'improvviso ingrossamento delle acque; tantochè, mentre chi si provvede in Stiria, in Carintia, in Tirolo, sa, per così dire, il giorno preciso, nel quale riceverà la sua merce, chi l'aspetta da Perarolo o da Longarone deve acconciarsi a imprevedibili indugî. Non fa mestieri di spender molte parole per dimostrare che un opificio di questo genere produrrebbe una rivoluzione nel commercio del Cadore. L'esattezza e la celerità del lavoro, il risparmio della mano d'opera dovuto all'azione dei grandi motori meccanici, basterebbero di per sè soli a dar la prevalenza al nuovo opificio in confronto di quelli ch'esistono lungo la Piave: vi si aggiungerebbero però altri vantaggi di non minore importanza. Sparirebbe la perforazione, perchè il legname, anche arrivando ugualmente per via fluviale, sarebbe affidato alla corrente in tronchi anzichè in tavole, e i singoli pezzi potrebbero quindi venir commessi insieme in modo diverso: si conserverebbe la bianchezza apprezzata su molti mercati, e, per ultimo, sarebbe evitato il deperimento che la tavola subisce per la fluitazione sino a Venezia. Ma, d'altro canto, non v'ha dubbio che interessi particolari verrebbero offesi, e il capitale fisso investito negli edificî di seghe soffrirebbe un subitaneo deprezzamento. Quanto ai lavoranti, essi potrebbero o trasferirsi in Venezia, ove il nuovo opificio offrirebbe loro più larghe mercedi, o attendere ai depositi di legname, che rimarrebbero in Cadore. Comunque sia, ammettendo pure la possibilità d'una crisi passeggiera, non sarebbe da combattersi a questo titolo un'utile iniziativa; solo converrebbe provvedere a quei modi che rendessero meno penosa la transizione.

A tal uopo nulla sarebbe più opportuno che il vivificare le altre fonti di ricchezza del Cadore. Chi percorre questa regione alpina, ammira, negl'intervalli lasciati dai boschi, la bella e ricca verdura stendentesi talvolta sino alle estreme giogaie dei monti elevati, e non sa intendere come non abbia ad esservi in fiore la pastorizia, e come il paese non sia la cascina del Veneto. La Scozia e la Svizzera s'affacciano spontanee al pensiero del viaggiatore; la Scozia e la Svizzera, che hanno col Cadore tanta analogia di paese e sono entrambe sì rinomate pei loro pascoli e per la bontà delle carni, del latte, dei burri e dei formaggi che producono. Il Cadore non può, certo, aspirare a gareggiar con esse da questo lato, perchè sarebbe follìa che esso atterrasse i boschi per coltivare a prato i terreni; ma forse gli converrebbe sfruttar meglio i pascoli esistenti, importando nuovo bestiame, e soprattutto fornendosi delle razze migliori che gli mancano affatto. La pastorizia, la quale rappresenta uno dei primi passi della giovane umanità, è tornata in singolare onore presso i popoli più innanzi nell'incivilimento, dappoichè gli scienziati hanno scoperto che le nazioni sono tanto più potenti, quanto maggiore è la quantità di beefsteaks che consumano. E siccome è impossibile esigere che il cittadino mangi beefsteak solo per patriottismo, conviene che gli si ammanniscano carni abbastanza saporite da mettere d'accordo il suo palato con la sua coscienza. Queste ed altre considerazioni io faceva meco medesimo al cospetto del beefsteak che vidi portarmi alla locanda di Tai e che, fisiologicamente, sarà stato un buon riparatore di forze, ma, gastronomicamente, non era un buon cibo; ciò che prova che l'allevamento del bestiame è ancora indietro in Cadore.

Un progresso razionale, continuato, in questa industria non può certo operarsi dal più della popolazione cadorina che ha un possesso omeopatico, e gran parte dell'anno sta nei boschi, o per le taglie o pei segni. oppure è occupata nelle seghe; ma bisogna che vi si accinga di proposito alcuno di que' ricchi che sono in istato di portarvi un sussidio di tempo, di capitali e di studi. Io sono di parere che chi si ponesse all'opera, oltre a recare un beneficio al paese, otterrebbe un largo compenso alle proprie fatiche, e mi figuro talvolta ciò che, col solo pungolo dell'interesse individuale, farebbe un gruppo d'Inglesi che dovesse soggiornare in questa contrada, e come presto esso vi diverrebbe maestro di fortunate iniziative, di diuturna solerzia e di virilità persino nelle manifestazioni dell'opulenza. Indi le cacce ardimentose, indi le stalle riccamente fornite, indi l'allegro movimento della cascina, i cui prodotti diverrebbero materia d'esportazione.

Certo un alto ufficio è assegnato agli uomini, che con dovizia di mezzi e d'affetto imprenderanno a risanare il Cadore dal malessere che lo affligge. Sia che essi tentino d'arrestar sulla sua china il periclitante commercio dei legnami, sia che vogliano introdurre in quella regione montuosa le abitudini della pastorizia, sia che s'occupino a ravvivare altre industrie, come la mineraria[5] e quella degl'intagli di legno, per la quale i Cadorini hanno rare disposizioni,[6] da per tutto incontreranno difficoltà, ma da per tutto anche elementi di buon successo e di compiacenza. Da un lato le opposizioni inevitabili degl'interessi offesi, la resistenza passiva d'un popolo schivo, forse, in sulle prime di essere disciplinato, e non sempre operoso del pari che intelligente; ma dall'altra parte, nel popolo medesimo quella svegliatezza d'ingegno che, a lungo andare, non può a meno di renderlo accessibile ai savî consigli, e quell'indole franca e leale che, quando accoglie un'idea, raccoglie senza reticenze e senza sottintesi. E le solide virtù e i semplici costumi di queste genti le renderebbero immensamente adatte a svolgere nel proprio grembo tutte quelle istituzioni onde s'onora la civiltà moderna, e che appunto non mettono salda radice ove non trovino il fondamento dell'onestà. Un Cadore seminato di piccole Banche alla foggia scozzese o tedesca, di Unioni di mutuo soccorso, di Casse di risparmio, di Società di consumo, è oggi un sogno e non più, ma potrebbe essere una realtà fra pochi anni, purchè alcuno accendesse la scintilla animatrice. Oh, fra tanti che in Cadore sortirono il grave carico dell'opulenza, dispensiera, a chi ben l'intenda, più di cure che d'agî, non ve n'ha un solo che senta quest'ambizione? Non ve n'ha un solo che, prescegliendo il soggiorno di queste Alpi agli ozî delle città, ponga qui sua dimora e spenda qui l'attività dell'ingegno e quella più efficace del cuore? Ho detto che, se per avventura un gruppo d'inglesi dovesse abitare questa contrada, opererebbe immensamente per la trasformazione del paese, ma certo l'Italia non manca di cittadini atti a pugnare ed a vincere nell'arringo della civiltà e del lavoro. Io auguro al Cadore un uomo come Alessandro Rossi di Schio, il quale, vigile sempre, e non iscorato mai nell'avversa fortuna e non imbaldanzito mai ne' trionfi, ottenne la più bella ricompensa, a cui possano aspirare gli spiriti generosi, quella di far suonare alto e rispettato il nome del suo borgo natale.

Che se il Cadore avrà qualcheduno che gli somigli, io spero, o lettore, che fra alcuni anni noi rinnoveremo sotto migliori auspicî questa gita attraverso i monti.[7]

1868.

IL RACCONTO DELLA SIGNORA ADELAIDE.

— Ma voi, signora Adelaide, perchè non vi siete mai maritata? —

Una bella giovane da' diciannove a' vent'anni, elegantemente vestita, faceva questa domanda, che alcuni diranno indiscreta, a una donna che pareva essere sulla cinquantina, e il cui volto serbava le tracce di un'antica avvenenza insieme con quelle di molte lotte e di molti dolori.

Era una limpida sera d'estate. Le due donne sedevano l'una dirimpetto all'altra nel vano della porta che da un salotto a pian terreno riusciva in giardino. Un lume a Carcel posto sulla mensola spargeva intorno a sè un moderato chiarore, tanto da far risaltare gli addobbi signorili della stanza: nel mezzo un tavolino rotondo con alcuni giornali ed alcuni libri, tra cui due fascicoli della Revue des deux mondes; sul davanti a pochi passi dall'uscio stava il pianoforte aperto, con un quaderno di musica spiegato e con due candele spente sul leggìo. Di fuori nel giardino, un'aiuola di tuberose diffondeva le più acute fragranze, che si mescevano ai miti profumi della modesta gaggìa addossata alla muraglia. Un boschetto di carpini disegnava a grandi linee i pittoreschi contorni sull'azzurro del cielo stellato, e col lieve stormir delle fronde pareva rispondere amorosamente alla carezza dell'aria tepida ed odorata. L'ora ed il luogo erano propizî ai colloquî confidenziali.