Però, allorchè la leggiadra e florida Lina proferì le parole poste in principio, la signora Adelaide si scosse leggermente, e una nube improvvisa parve ottenebrarle la fronte. Nondimeno ella si ricompose prestissimo, e atteggiata a un mite sorriso

— Volete voi proprio saperlo? — disse, indirizzandosi alla giovane.

— Pur che a voi non incresca il narrarlo.

— No, ottima Lina, io sento che con voi, così buona meco e indulgente, io dovevo essere più schietta da un pezzo e nulla tacervi. Ora poi che siamo alla vigilia di separarci, sento che avete il diritto di leggere le più riposte pagine della mia vita. Discorriamone a dirittura, chè poche sere ancora ci restano ai fidati colloquî. Tra otto giorni la mia buona Lina sarà diventata la contessa degli Aldi, e si troverà chi sa quante miglia lontana dai suoi colli e dal suo giardino. —

Lina strinse la mano alla signora Adelaide, e le disse con un accento pieno di candore:

— Oh, come potrò adattarmi a vivere senza di voi?

— Vi ci adatterete, figliuola mia, chè posso chiamarvi con questo nome, vi ci adatterete. A molte cose l'animo s'avvezza quando è felice. E voi sarete tale, non ne ho dubbio alcuno. Ma non usciamo d'argomento. Voi desiderate conoscere la storia di questa vecchia zittella, ed eccomi qui a raccontarvela.

I.

— Diciannove anni fa, amica mia, la brutta e cascante Adelaide che conoscete (non mi fate di no col capo) era una giovane piena di vanità, di petulanza, di alterigia, e, per quello che assicuravano, di ricchezza. Cento bocche mi dicevano bella, e, ve lo confesso, io ero persuasa che dicessero la verità. Questi capelli che si vanno inargentando rapidamente, erano d'un castagno scuro, e così folti, così lunghi, ch'io consumavo un'ora il giorno a pettinarli. Le mie guance, potete ben crederlo, non avevano rughe, ed erano tinte d'un lieve incarnato che dava maggior risalto alla bianchezza della mia carnagione. La costante irrequietezza del mio spirito, che in quei tempi traboccava di vita, riflettevasi ne' miei occhi mobili sempre e ridenti. E poi, per non tediarvi con questo sfoggio di vanità retrospettiva, mi basterà soggiungervi ch'io stavo per compiere i ventiquattr'anni, e a ventiquattr'anni, per parer brutte, via, bisogna essere molto.

Poche ragazze ebbero una libertà così grande come la mia. Avevo perduta la madre prima di compiere i tre lustri, in quell'età, cioè, nella quale la mano che ci guidò nei primi passi, che sviò dal nostro sentiero le spine, sarebbe più necessaria che mai per proteggerci da nuove insidie e nuovi pericoli. Mio padre mi amava teneramente, ciecamente forse, ma assorto nei suoi affari non poteva dare a me che una piccolissima parte della giornata. Egli mi aveva fornito di tutti i maestri possibili. Italiano, francese, inglese, tedesco, ricamo, musica, ballo, disegno, storia naturale, persino matematica, non v'era cosa ch'io non dovessi imparare. Io me ne vendicai col non imparar nulla. Quanto a governanti, non ne volli sapere. N'ebbi due, una francese ed una inglese. Licenziai la prima con la scusa che parlava troppo, e la seconda con quella che non parlava punto; ma in sostanza perchè entrambe mi davano ombra, ed erano un freno alla mia autocrazia. A sedici anni io facevo in casa alto e basso ch'era una meraviglia. Ordinavo a mio talento che si attaccassero i cavalli e che mi si conducesse da qualche amica, o sul Corso a fare spese, davo le disposizioni pel pranzo, preparavo gl'inviti per le nostre festine del Carnovale, e guai se non m'obbedivano! La sarta e la crestaia pendevano da' miei cenni, e il babbo pagava le polizze. O che mio padre era forse un uomo debole? Tutt'altro. Aveva in certe cose una volontà tenacissima; ma erasi fatta tacitamente fra noi una specie di divisione di poteri, onde io non era più una vassalla, ma una viceregina.