Molto persone venivano in casa nostra, specialmente forestieri, raccomandati a mio padre, ch'era uno de' banchieri più rispettabili di Milano e che spesso li tratteneva a pranzo con noi. In quelle occasioni io sfoggiavo tutta la mia abilità musicale, che non era molta, e tutta la mia civetteria, che non era poca, o cinguettavo con singolare compiacenza in inglese o in francese mendicando la lode dei nostri ospiti, e poi gonfiandomene, come un tacchino che fa la rota. Tra lo scendere frequente in banco, e il conversare con negozianti, io andavo acquistando dimestichezza col linguaggio degli affari, e non ancora ventenne seguiva con una tal quale curiosità le oscillazioni dei valori pubblici nei listini di borsa della Gazzetta, allora ufficiale, di Milano. Avrei potuto divenire una donna alla foggia americana, se non fossi stata immensamente frivola, e non avessi avuto un disdegno teorico pel danaro.

Con centinaia di conoscenti che salivano e scendevano le nostre scale, noi non avevamo che un solo amico di famiglia, il notaio Anastasi. Era un uomo celibe, attempatello, basso, calvo, con gli occhiali d'ottone, piuttosto grosso e tarchiato, che discorreva soltanto dei suoi codici e delle sue procedure, e mi faceva venir sonno ogni volta ch'io lo vedevo. Io sentivo per esso una profonda antipatia, ma era un argomento da non toccarsi con mio padre, che invece ne andava pazzo. E veramente la mia avversione era cieca. Quando se ne levi la noia della sua compagnia, il signor Anastasi non mi aveva usato che gentilezze. Ogni anno al 3 di marzo, cioè al mio anniversario, io mi vedevo arrivare una scatola di dolci e un mazzo di camelie legato da un nastro di raso bianco con le mie iniziali ricamate a oro. Era un omaggio del signor Anastasi che mi si protestava sempre umilissimo servitore, e mi rammentava almeno due volte alla settimana ch'io dovevo contrarre uno splendido matrimonio, poichè aveva una dote di dugento mila lire. La venerazione della ricchezza, che è la malattia del secolo, erasi appiccicata anche al dabben uomo, il quale sapeva far cadere a ogni tratto il discorso sul nome de' suoi clienti più doviziosi e dimenticavasi d'esser miope, quando s'imbatteva per via nella carrozza del conte Berengari suo patrono ed amico. Eppure, vedete, allorchè penso come, a malgrado delle sue debolezze, il notaio Anastasi avesse un'integrità senza macchia, un animo disposto agli affetti, e una lucidissima intelligenza, allorchè penso ciò che gli debbo, io arrossisco d'averlo trattato per sì lungo tempo con una specie di ripulsione. Che torto abbiamo, Lina mia, ad esser troppo esigenti con coloro che ci avvicinano durante la nostra giovinezza! Noi non tardiamo ad accorgerci che i difettucci, verso cui fummo tanto severi, erano una cosa ben lieve a confronto dell'indifferenza, dell'egoismo che ne circondano con l'avanzarsi degli anni.

Io crescevo intanto non solo con le abitudini dell'autocrazìa, ma anche con quelle dell'opulenza. Tavola squisitamente imbandita, scuderia con superbi cavalli, rimesse con carrozze di lusso, domestici in livrea, e perfino un ragazzino, una specie di paggio, a mia intiera disposizione. Ogni autunno mio padre lasciava per un mese gli affari, e mi conduceva a una sua bellissima villa sul Lago Maggiore fra Intra e Pallanza. Quello era il mio paradiso, e non potrò mai dimenticare il terrazzo odoroso di cedri e d'aranci, da cui io fissavo lo sguardo a vicenda sul limpido specchio del lago, sulle incantevoli isolette Borromee e sui calvi cocuzzoli de' monti più alti e lontani. Oh le belle cavalcate lungo la costiera, oh le romantiche gite in barchetta, mentre la brezza vespertina increspava la superficie delle acque e gonfiava la vela! Come mi parevano brevi i trenta giorni trascorsi in mezzo a quell'incanto di cielo!

Sennonchè, ritornata in Milano, altre distrazioni mi attendevano. E così, alternando la vita fra le feste della città e le delizie della campagna, io stentavo a credere che vi fossero al mondo privazioni e miserie: ero liberale per indole, non per simpatia, e la mia mano s'apriva più che il mio cuore.

Non saprei dirvi in quale età intesi susurrarmi le prime parole di galanterìa, ma fu certo prestissimo. Non me ne maravigliai, non me ne commossi; abbastanza accorta da non cadere, abbastanza fredda da non amare. Mio padre, la cui famiglia principiava e compivasi in me, non aveva fretta di darmi marito: io che nella casa paterna ero più assoluta d'una czarina, non mi sentivo punto disposta a mutar domicilio. Ma il notaio Anastasi ripeteva sovente ch'era oramai necessario ch'io mi maritassi, e che se la mia famiglia non aveva eredi maschi, conveniva almeno ch'io dessi a mio padre la consolazione di una nidiata di nipotini. Io lasciavo dire, e ridevo.

Così andarono le cose precisamente fino a pochi mesi prima ch'io compissi i ventiquattr'anni, fino al tempo, cioè, dal quale avrei dovuto cominciare il mio racconto, se non mi fosse sembrato necessario farvi un tantino di prefazione.

Io che sono una vecchia zittella ho il diritto di dirlo: una ragazza di ventiquattr'anni è molto facilmente una creatura antipatica, ed è tale soprattutto quando è ricca e leggiadra. Non vi paia un paradosso. Io ho conosciuto molte donzelle in quell'età critica: ne conobbi anche parecchie di ammirabili, ma erano povere, nobilitate dal lavoro, santificate da un grande scopo nell'esistenza: o una vecchia madre da mantenere, o fratellini da educare, o un affetto da custodire. Però, in generale, a mio parere, ventiquattr'anni son troppi per una ragazza. Quando all'infanzia che ignora, all'adolescenza che sogna, succede l'età che a poco a poco vuol saper tutto e sa tutto, io credo sia giunta per la donna l'ora di diventare sposa e madre. È biasimevole, è turpe il costume di gettar la fanciulla in braccio a un marito appena che ella esca d'un chiostro; ma ciò che lo fa biasimevole e turpe, si è l'aver costretto uno spirito ardente entro quattro mura, in un'atmosfera viziata, in un mondo di pettegolezzi, d'invidie, di gelosie, ove le passioni sviate dal loro alveo naturale si pervertono e guastano miseramente. È certo che una fanciulla cresciuta lì dentro è disadatta a prendere in una nuova famiglia il posto che le si compete, se non fa prima un tirocinio nel mondo reale. Ma chi, come voi, fu educata nelle pareti domestiche, in mezzo allo spettacolo di affetti miti e soavi, chi, come voi, conobbe della vita quel tanto che a vereconda donzella si convenga conoscerne, non ha bisogno, credetelo, di passare attraverso una fase dell'esistenza, in cui si sollevano ad uno ad uno i veli che nascondono il vero. Ora, non dico l'innocenza dei prim'anni, chè sarebbe stoltezza il pretenderlo, ma i pudichi silenzi del labbro, ma la castità incorrotta dell'animo, ma la compostezza dei desiderî e dei modi abbandonano inesorabilmente la fanciulla a una certa età. Senz'avvedersene ella prende parte a discorsi che non le si addicono, senz'avvedersene ella lascia i crocchi dell'altre ragazze per frammischiarsi a quelli delle giovani spose, e nessuno più s'impone al suo cospetto riserbi, che hanno un grande valore anche quando l'ometterli non apprenderebbe nulla di nuovo.

Sebbene io possa dire con legittimo orgoglio di non aver mai violato il decoro della donna, non so ripensare ai miei ventiquattr'anni senza essere scontenta di me. Ma un grande cambiamento doveva in brevissimo tempo operarsi nell'animo mio.

Nell'autunno del 1849 un giovane piemontese, che aveva preso parte alla guerra dell'indipendenza, mi fu presentato nella nostra villa sul Lago Maggiore. Il suo nome era Gustavo: il cognome a voi non importa conoscerlo, a me giova tacerlo. Egli parve a me, ed era infatti, diverso da tutti gli altri giovani ch'io avevo visti fino allora. Nei ritrovi eleganti io m'ero imbattuta, nella parte più frivola della società, in uomini superbi d'un censo, o d'un titolo, o del nodo di una cravatta, o di un paio di baffi bene arricciati, o della grazia con cui sapevano comandare una contraddanza. Gustavo non era bellissimo della persona, ma la sua fisonomia era animata ed espressiva, le sue abitudini serie e studiose, il suo ingegno pronto e versatile, il suo modo di porgere pieno di efficacia e di leggiadrìa. Sfuggiva i convegni clamorosi, e i suoi trattenimenti favoriti erano le lunghe passeggiate solitarie, e la tranquilla e piacevole discussione sui più svariati argomenti. Mio padre strinse amicizia col padre di lui ch'era un possidente piuttosto agiato, e così la dimestichezza fra Gustavo e me fu agevolata da quella che regnava fra i nostri genitori. Quanti giri su e giù nel giardino, che belle mezz'ore trascorse insieme sul terrazzo fiorito, col cielo immenso sul capo, col lago placido ai piedi! In uno all'arte del porgere. Gustavo possedeva quella gentilissima dell'ascoltare, che invoglia alle confidenze, che vince gli sgomenti, che dona l'eloquenza al labbro più impacciato e più timido. Quand'io ero seco, non so se maggiormente mi compiacessi nel seguire i suoi discorsi o nel vedermi prestare orecchio benevolo, mentre parlavo. Una corrente di simpatia si formava tra noi: mi sentivo migliore di animo e d'ingegno, acquistavo la coscienza di un mondo diverso da quello ov'ero vissuta, di un ordine d'idee più elevato di quello, entro i cui angusti confini io m'ero mossa fino a quel punto. E mi dolevo meco medesima della mia educazione frivola e tutta apparenza, e pensavo quanto migliore avrei potuto essere di quei ch'io fossi se mi avessero allevata in modo diverso. A poco a poco vagheggiavo ciò che avea prima spregiato, schernivo ciò che prima era stato l'oggetto di tutti i miei sogni.

Gustavo era per me un uomo così superiore, ch'io, orgogliosa per natura, non sapevo nemmeno concepire la speranza ch'egli potesse abbassarsi fino a me. Quand'egli mi disse d'amarmi, credei morirne di contentezza. Non sono morta, e invece corsi da mio padre, e mi gettai come pazza nello sue braccia. Egli mi accolse sorridendo, e mi disse: