— So tutto.
— Come?
— Sì, certo. Gustavo fa le cose per bene. Credi tu ch'egli ti avrebbe fatta una dichiarazione senza prima parlare con me? —
Io era sì strana, che questa rivelazione mi diede più noia che compiacenza. Un amore che era passato per la trafila dell'autorità paterna mi sembrava meno romantico. Potete immaginarvi che siffatte ubbìe non mi durarono che pochi secondi, e mi abbandonai quindi alla gioia più pura che avessi provato in mia vita.
Fummo fidanzati, e il notaio Anastasi venne a stender la scritta nella nostra villa sul Lago, dove mio padre prolungò di un mese il suo soggiorno. Eravamo allora nell'ottobre del 1849: il matrimonio doveva succedere nel marzo del 1850, e precisamente il 3 di quel mese, il giorno cioè che io compivo i ventiquattr'anni e diventavo maggiore, secondo le leggi austriache allora vigenti nelle provincie lombarde. Portavo in dote al mio sposo la sostanza di 200 mila lire ereditate da mia madre. Taluno fece le meraviglie che mio padre non contribuisse dal suo lato ad arrotondare la somma: quanto a me, la cosa riusciva affatto indifferente. Gustavo aveva fretta di ammogliarsi, non solo perchè mi amava, ma perchè il tempo voleva così. Non istupite. È indicibile il numero dei matrimoni successi nei primi tempi che seguirono le peripezie del 1848-49. Il grande dolore di tutta la nazione per le catene ribadite, pei disinganni sofferti, pareva additare come unico porto la famiglia. Il momento d'una riscossa appariva a' più speranzosi come cosa remota: bisognava cercar l'oblio dei dolori pubblici nelle gioie tranquille delle pareti domestiche.
Lina, non occorre ch'io vi dica quante commozioni, quante dolcezze provi una fidanzata che ami davvero il futuro compagno della sua vita. Io m'ero prefissa uno scopo, quello di divenir per ogni lato degna di Gustavo. Non era soltanto l'amore, era anche l'ambizione; però, non me lo negherete, un'ambizione nobile e pura. Mi accinsi allo studio coll'ardore di chi deve farsi uno stato. Nelle lingue avevo cercato fino a quel momento la vernice che vuolsi dalla società: allora invece procurai d'intenderne l'indole, di conoscerne la letteratura, e ogni sera io comunicavo le mie impressioni a Gustavo, pendendo con trepida riverenza da' suoi giudicî. Egli rivedeva i miei quaderni, raddrizzava le mie idee, mi confidava le lotte che s'erano agitate nel suo pensiero, e l'assiduo alternarsi di focosi entusiasmi e di gelidi scoramenti, m'intratteneva delle sue rimembranze scolastiche, de' suoi trascorsi infantili; tutto con una grazia, di cui non ricordo l'uguale. Poi si discorreva dell'avvenire, e il fantasticare non aveva confino. Però il presente era per me il tipo ideale della felicità, e dopo che l'immaginazione stanca e trafelata aveva raccolte le ali, io concludevo che noi non dovevamo fare altro che rimanere così. In questo punto non eravamo d'accordo. Gustavo era ambizioso: egli mi diceva che un uomo devo spingersi innanzi, e che la stima di cui si gode e l'autorità che si possiede sono elementi essenzialissimi di felicità. Sopra un'altra cosa v'era dissidio fra noi. Si discorreva un giorno di ricchezza. Io chiesi: — Che cosa importa esser ricchi? — Baie! — mi rispose Gustavo; — tuttociò che porge modo, sia di soddisfare i proprî desiderî legittimi, sia di aiutare gli altri, è da tenersi in gran conto. Ricchezza vuol dir potenza, e la potenza, quand'è bene usata, è cosa da non apprezzarsi mai abbastanza. — Gustavo aveva ragione: pure m'infastidiva che i suoi discorsi fossero sempre così assennati, e ch'egli fosse così positivo. È vero ch'egli aveva ventott'anni e non era un bambino; ma un po' di giovanile spensieratezza sarebbe stata sì bella!
In me era accaduta una trasformazione singolare. Nella mia adolescenza io avevo divorato centinaia di romanzi, nè per ciò aveva mai manifestato un'estrema sensività. Appena fidanzata, mi ero messa sul sodo, mi ero accinta a letture serie, e da un punto all'altro, quando meno si sarebbe aspettato, sentii destarsi in me l'amor del fantastico. Non so rendermene ragione se non supponendo che la mia intelligenza sonnecchiasse, per risvegliarsi soltanto quando l'amore fece nascere in me la passione dello studio. Pare che lo spirito, entrato tardi in possesso delle sue facoltà, si diriga per quella via che è più consentanea a' suoi gusti senza badare alla voce ed al freno che vorrebbero condurlo. Un grande ingegno guidato da una grande volontà è uno spettacolo degno d'ammirazione; è Bucefalo che obbedisce alla mano di Alessandro, ma, bisogna confessarlo, è uno spettacolo raro. Molti riescono a star bene in sella, ma gli è che invece di cavalcare un destriero cavalcano un asino.
Comunque sia, alla vigilia di diventar donna di famiglia, io ero diventata una ragazza romantica. Ne aveva le subite accensioni, e le languidezze improvvise, e la esagerata facilità delle impressioni, e la febbre di desiderî indefiniti, confusi, mal noti a sè stessi. Gustavo me ne faceva rimprovero, e avrebbe voluto ch'io tornassi gaia e festosa come per lo addietro. Soprattutto gli doleva la mia eccessiva misantropia. — Non potremo mica vivere come due amanti, — egli mi andava dicendo, — e la mia sposina dovrà fare gli onori della nuova casa come fece quelli della casa paterna. — Anche qui Gustavo aveva ragione, e a me spiaceva ch'egli avesse ragione. È una gran noia quella di non poter mai dar torto ai proprî interlocutori.
Il sole veduto col telescopio ha delle macchie, e Gustavo, esaminato da vicino, aveva a' miei stessi occhi qualche piccolo neo. Certo egli mi amava sinceramente, ma mi sapeva male che in mezzo a tanto amore egli serbasse intatto tutto il suo criterio: avrei voluto vedergli fare delle pazzie, ed egli non ne faceva nessuna. Era troppo poco. Un'altra lieve nuvoletta nel mio orizzonte era la scarsa simpatia ch'io nutriva pe' miei futuri suoceri. Ho avuto sempre un trasporto molto mediocre pei parenti, a proposito dei quali mi venne spesso un'idea singolare, lo pensai cioè che se ad Eva avessero ordinato di mangiare il pomo, anzichè proibirglielo, ella avrebbe perduto egualmente il Paradiso. Il pomo imposto le sarebbe stato altrettanto funesto del pomo proibito. Ebbene: i parenti erano per me il pomo imposto dell'esistenza. Ne amai alcuno di vivissimo amore, non ostante che fossero parenti, non perchè erano. Questi qui, sebbene usassero meco cortesissimamente, mi sembravano gretti, volgari, servili coi ricchi, spregiatori de' poveri, e vicino ad essi il mio cuore chiudevasi come le foglie della sensitiva. Mio suocero in ispecie mi destava una invincibile ripulsione. Era un uomo che aveva toccata la settantina, ma mostrava appena i sessanta; alto, vegeto, rubicondo, e sempre ridente, ma d'un riso in cui non era nè candore, nè benevolenza. E, strano a dirsi, mi pareva ch'egli esercitasse tacitamente un grande impero sopra Gustavo.
Vi sarà facile immaginare però che ciò non alterava che lievissimamente la mia felicità.