Alla fine di ottobre ci separammo. Io tornavo in Milano a sollecitare il mio corredo di sposa, egli recavasi in Torino a prepararmi il quartiere. In quel tempo non era agevol cosa l'andar su e giù dal Piemonte alla Lombardia, ma Gustavo era riuscito a ottenere un passaporto e veniva regolarmente a stare con noi ogni domenica. Tutti gli altri giorni ci scrivevamo. La lontananza, quantunque piccola, le assenze, quantunque brevi, crescevano la mia passione, e ogni giorno io mi sentivo infiammata d'un amore più vivo per Gustavo. Egli poi nelle sue lettere era più espansivo che mai, e in ogni sua gita a Milano mi si mostrava più sollecito, più tenero, più affettuoso. Io era veramente fortunata e tutti si congratulavano meco della mia buona ventura. I più rimessi dicevano: — Non è un partito principesco, non è un gran signore, ma un giovane così amabile, di così bei modi, di tanta cultura, d'un così splendido avvenire! — Io ne insuperbivo e ne scrivevo a Gustavo, il quale, convien confessarlo, non insuperbivane punto.

In quei giorni di suprema felicità un'unica cosa mi dava martello, ed era il pensiero di mio padre. Egli rimaneva solo nel mondo, affidato a gente mercenaria che gli sarebbe stata intorno per dissanguarne la borsa, ma non per recargli efficaci conforti. Egli aveva un numero infinito di conoscenti, ma di amici veri non credo potesse contare che il notaio Anastasi, galantuomo a tutta prova, ma poco amena persona. Mio padre aveva un carattere bizzarro. Facile alle prime confidenze che procurano gli aderenti, era alieno quanto mai da quelle che fanno gli amici. La sua tenerezza egli l'aveva concentrata in me. Io non ero soltanto la sovrana della sua casa, ma anche quella del suo cuore.

Ed io scorgevo per non dubbî segni ch'egli sentiva profondamente la perdita che stava per fare. Poveretto! Me partita, chi sarebbe andato ogni mattina a interrompergli con celie infantili le monotone occupazioni del banco? Chi dopo pranzo, quand'egli stanco degli affari della giornata s'adagiava sul canapè, avrebbe sollevato il suo spirito destando sul pianoforte le armonie ch'egli aveva sì care? Chi la sera gli avrebbe tenuto compagnia nel suo palchetto alla Scala, ove, s'io non c'ero, egli soleva assopirsi? Chi si sarebbe frapposto tra lui e la verbosa eloquenza dell'Anastasi, il quale ogni giorno aveva un caso pratico (come dicono i legali) da raccontare, un cliente ricco da magnificare, e un articolo del Codice da citare?

A mano a mano che s'avvicinava il tempo delle mie nozze, mio padre diveniva più tristo e pensoso, quantunque cercasse dissimularmi in ogni modo la sua preoccupazione. E quando io m'affaticavo a persuaderlo che Gustavo ed io saremmo stati spesso in Milano, egli sorrideva malinconicamente e mi baciava.

Nondimeno, per uno strano contrasto, egli pareva voler affrettare, anzichè indugiare, il mio matrimonio. E se molte cose da porre in assetto lo avessero conceduto, io sono di parere ch'egli avrebbe accorciato il termine prefisso. A pranzo stava in lungo ed insolito silenzio, ed alzatosi da tavola, anzichè invitarmi a sedere al pianoforte, mi pregava d'uscir seco per qualche passeggiata. Più che i siti solitarî cercava le vie affollate e chiassose, e quel frastuono di carrozze e quell'andirivieni di gente gli servivano di distrazione e rasserenavano il suo spirito. Se poi alcuni de' suoi conoscenti gli si facevano dappresso, egli riprendeva tutto il suo buon umore, e con una loquacità e un fare espansivo assai più dell'usato si metteva a discorrer loro delle mie nozze vicine, e gl'invitava a rammentarsi di lui quand'egli fosse rimasto solo, e ad andarlo a visitare nel suo nido deserto.

L'affezione figliale mi rendeva sospettosa, ma dall'altro canto una tendenza dell'animo, che è naturale ai felici, mi aiutava a cacciare via i sospetti. È così comodo il persuadersi che nulla verrà ad abbattere il bell'edifizio del vostro avvenire, che nessuna nuvola turberà l'azzurro del vostro cielo, che nessun inciampo si frapporrà al vostro cammino! Possibile, io mi dicevo, che mio padre abbia un dolore segreto! Possibile ch'io, che conosco tutte le vie del suo cuore, non riesca a strapparglielo! E poi egli mi rispondeva in modo da acquetare i miei dubbî. L'idea d'essere per separarsi da me non era essa sufficiente cagione al suo turbamento? E nel contrasto tra questa idea e quella che pur gli si doveva affacciare della mia felicità, non era una giustificazione bastevole alla frequente mutabilità del suo umore? V'era poi un altro sintomo rassicurante. Dopo alcune parole ch'io gli avevo rivolte, la sua malinconia s'era, al meno a' miei occhi, di molto attenuata: egli aveva ancora momenti tetri, ma si ricomponeva prestissimo, ed anzi una domenica Gustavo, ch'era a pranzo con noi, mi confessò che da lungo tempo egli non aveva veduto mio padre così sereno.

Chi diveniva serio e lugubre come un epitaffio era il notaio Anastasi. Io avevo seco una grande dimestichezza che trascendeva di leggieri sino all'impertinenza, e mi ricordo d'avergli detto un giorno: — Per carità, notaio, vi par egli d'esser così ameno, quando siete del vostro umore naturale, per aggiungervi anche un granellino di patetico? Sareste innamorato? — M'accorsi d'aver soverchiato la misura ed era per chiedergliene perdono e stendergli la mano, quando incontrai un suo sguardo, nel quale non v'era risentimento, ma compassione. La mia alterezza ne fu punta, le parole mi morirono tra le labbra, e, come avviene quasi sempre in chi ha torto, stetti imbronciata tutta la sera. Però il dì appresso tornammo amici, e la frequenza delle visite che l'Anastasi faceva a mio padre m'inspirava a poco a poco una reale affezione per lui. E io arrossivo di non aver avuto bastanti riguardi per quest'uomo, che non era stato estraneo ad alcun nostro evento domestico, malinconico o lieto, e che per la lunga consuetudine poteva oggimai dirsi di famiglia. Ve lo confesserò io? Vista sotto una nuova luce, la sua onesta fisonomia mi pareva meno volgare; udite con una prevenzione più benevola, le sue citazioni del Codice mi riuscivano meno uggiose: chi sa che alla lunga, per una singolare contraddizione del cuore umano, io non finissi col giudicarlo bello e romantico?

Così il giorno delle nozze s'avvicinava a gran passi, senza che alcun incidente venisse a turbare la lieta aspettazione dell'animo mio. Non ch'io avessi potuto estirpare ogni dubbio, non che io non mi angustiassi talora pei mutamenti operatisi nel carattere di mio padre altra volta così riservato, e tranquillo, ed eguale, ed ora facile a passare dalla più scapigliata allegria alla tristezza più profonda, dall'abbandono più espansivo alla irritabilità più nervosa; ma in fine le mie ombre non prendevano corpo, e nulla mi dava ragione di credere che fossero altra cosa che ombre.

Una settimana prima delle nozze Gustavo condusse in Milano i suoi genitori, che presero alloggio da noi. Egli ritornò a Torino, dove aveva in quei giorni una importante causa da discutere (obliai dirvi che Gustavo era avvocato, e, tra' giovani, uno de' più promettenti della capitale); e sarebbe tornato a Milano soltanto il mattino del 3 marzo, cioè poche ore prima del nostro sposalizio che doveva celebrarsi alle 6 della sera.

Le accoglienze di mio padre a' miei suoceri furono, più che cortesi, festevoli. Ma io m'accorsi ben presto che la sua ilarità non era tutta spontanea e che, quand'egli restava solo, la nube di tristezza, che per tanto tempo gli aveva oscurata la fronte, si addensava più fitta che mai, e le mie inquietudini riacquistarono l'antico vigore. Mio suocero invece era d'una serenità olimpica, e a vederlo in così buon essere si sarebbe detto ch'egli stava per andare a nozze. Cantava, rideva, e si abbandonava di tratto in tratto a lazzi di gusto molto equivoco che lo divertivano assai, ma che indispettivano me. E in mezzo a queste apparenze di bonarietà v'era negli atti suoi, nei gesti, negli sguardi qualche cosa di freddamente imperioso, di calcolatore, di maligno che mi metteva i brividi addosso. Sua moglie era un monumento parlante del suo dispotismo. Quantunque di tre lustri almeno più giovane di lui, ella pareva aver gli anni di Matusalemme; quantunque affermassero ch'ella era stata avvenente, era divenuta così smilza e macilenta da incuter paura. Si sarebbe detto che ella avesse perduto a brandelli le proprie carni, conservando soltanto la pelle e l'ossa. È naturale ch'io non avessi mai avuto agio di osservarla attentamente come in quei giorni, nei quali ella era mia ospite, e v'assicuro che le impressioni ch'io ne ricevevo erano un misto di pietà e di disistima. Io non sapevo intendere quella docilità pecorina che non si risentiva, nè degli scherni, nè dei modi acri e brutali, e che provava anzi una certa voluttà nel far palese la sua condizione umiliante. Certo Gustavo aveva della dignità della donna un'idea affatto diversa.... ma se non fosse così, ma s'egli avesse a rivelarmisi sotto la stessa luce del padre suo!... A questo solo pensiero tutti gl'istinti della ribellione si destavano in me.