Il giorno destinato al mio matrimonio era il sabato. Il giovedì mattina io m'ero alzata di pessimo umore: però l'aspetto sorridente di mio padre aveva contribuito molto a rasserenarmi; la sua giovialità mi sembrava più schietta, meno forzata del consueto. Ricevetti una lunga lettera da Gustavo che mi narrava i particolari del suo dibattimento, e mi esponeva la tela della difesa ch'egli aveva preparata pel giorno dopo, per la vigilia cioè, com'egli scriveva, del più bel giorno della mia vita. Io ero altera de' suoi trionfi: mi pareva di vederlo dominare col gesto l'assemblea, di sentirlo tuonare generosamente in patrocinio della infelice ch'egli doveva difendere innanzi ai giurati. Trattavasi d'una povera giovane che in un istante d'oblìo aveva tentato d'uccidere l'uomo, da cui era stata sedotta, resa madre, e poi vilmente tradita.

Stavamo desinando, quando il domestico consegnò un biglietto a mio padre. Lo vidi aprirlo con mano convulsa, leggerlo rapidamente e impallidire. Ma fu il pallore d'un attimo; in men che non si dice egli aveva ripreso la compostezza di prima. Però la cosa non doveva essere sfuggita nemmeno a mio suocero, poichè i suoi occhi manifestavano un'inquieta curiosità. Io giurai a me stessa di trovar la chiave di questo enigma. Dopo pranzo dovetti uscire con mia suocera, e per giustificare la mia preoccupazione accusai un improvviso dolore di capo. Avevo toccato un cattivo tasto, poichè la buona donna vi andava soggetta, e me ne discorse con grande diffusione, suggerendomi tutti i farmachi immaginabili, e dicendo almeno due volte al minuto: — Speriamo che passerà. — E in fatto, per non sentirne altro parlare, feci sì che passasse, e nel rientrare in casa mi dichiarai bella e guarita.

Il salotto era illuminato e v'era già qualcheduno. Altri molti si aspettavano. Mio padre stava addossato alla stufa in festevole colloquio con due persone. Era tranquillo; tutt'al più si sarebbe potuto dire ch'egli fosse un po' sofferente di salute. Mio suocero giocava al domino con un suo compatriota ch'era venuto a visitarlo. Amici del babbo ed amiche mie, figli degli amici del babbo, e madri delle mie amiche capitarono in frotta a passar con noi la serata: mancava però la cravatta bianca, il vestito nero ed il faccione rotondo dell'Anastasi. A me toccò simulare allegria e disinvoltura; pregata andai al cembalo; poi dispensai il tè, ricevendo complimenti, congratulazioni, baci e strette di mano. Il meno ch'io poteva fare in ricambio era di sorridere.... sorridere con l'angoscia che mi dilaniava.

Quando piacque al cielo, gli ospiti se ne andarono e ciascuno si ricondusse alla propria stanza. Io aveva maturato il mio progetto: attendere pochi minuti, e volar poscia nella camera del babbo. La sua sorpresa, le mie lagrime, le mie carezze lo avrebbero indotto senza dubbio ad aprirmi l'animo suo.

Avvezza a percorrere la mia casa con passo sicuro, con fronte alta e serena, non so dirvi quel ch'io provassi nel traversarne gli anditi in punta di piedi a guisa del delinquente che ha violato l'altrui dimora. Uno strano senso di terrore mi dominava tutta, le fantasie più lugubri mi si affacciavano allo spirito, la mia immagine riflessa in uno specchio, la mia ombra fuggente sulla parete mi mettevano un tremito addosso, il fruscìo delle mie vesti mi suonava sinistramente all'orecchio: io ero diventata superstiziosa come la contadina che, transitando la sera pel suo campicello, pensa ai racconti dell'ava e vede intorno a sè spettri e fantasmi. Nell'aprire una porta mi si spense il lume; ciocchè accrebbe in sulle prime il mio sgomento, ma produsse tosto una salutare reazione. Vergognai della mia pusillanimità e proseguii a tentoni. L'uscio della camera di mio padre era sbarrato: vi regnava un perfetto silenzio. Entrai trattenendo il respiro.... mi provai a chiamare: la voce mi morì soffocata nella strozza.... pure mi feci forza e gridai replicatamente: — Babbo, babbo. — Nessuna risposta. Io mi sentivo venir meno, ma guidata da quel po' di virtù visiva che resta all'occhio anche nell'oscurità appena vi si sia avvezzato, mi approssimai al letto, palpandone le coltri. Non v'era nessuno e la intatta rimboccatura delle lenzuola rendeva evidente che non v'era neppure stato nessuno. La mia ragione smarrivasi: nondimeno ebbi ancora bastante lucidezza di spirito da pensare che mio padre poteva essere nel suo studio, e, raccolte le poche forze che mi restavano, ripresi al buio il mio affannoso pellegrinaggio. Per arrivare allo studio conveniva scendere una scaletta interna: la scesi, sempre nell'oscurità, e giunta sul pianerottolo mi persuasi ch'io non avevo errato nel mio giudizio. Udii un bisbiglio, e mi parve distinguer le voci di mio padre e del notaio Anastasi. Tranquillata dalle più lugubri apprensioni, io mi sentivo però il cuore batter sì forte, che per reggermi mi convenne appoggiarmi alla parete. Temetti che fosse chiuso a chiave anche l'uscio dell'antistudio, ma non era; e potei entrare, ed accovacciarmi dietro un paravento e porger l'orecchio a ciò che si diceva nella stanza attigua. Introdurmivi io pure, ammesso che la porta non ne fosse assicurata di dentro, sarebbe stata cosa inopportunissima: avrei prodotto uno scompiglio e perduto il destro di sapere il mistero che mi stava sì a cuore; il mistero, pel quale io non rifuggivo dall'indelicatezza di origliare ad un uscio.

Ebbi subito agio di convincermi che due soli erano gl'interlocutori, Anastasi e mio padre. In sulle prime il dialogo mi sfuggiva; ma poi, sia che dentro si alzasse la voce, sia che uno sforzo della volontà aguzzasse in me il senso dell'udito, riuscii ad afferrare una buona parte del colloquio, e, quantunque si trattasse d'affari, l'ho qui scolpita in mente come se uno stile l'avesse incisa nel marmo.

— Dunque, — diceva mio padre, — voi credete che col Miragli non sia sperabile di venir a un componimento.

— Pur troppo ne son sicuro, — rispose l'Anastasi; — egli mi dichiarò stasera che non accetterà altro che l'integrale rimborso in contanti.

— Trovar danari è impossibile.

— Impossibile, — riprese il notaio. — Inoltre, signor Giorgio, a un vecchio amico voi permetterete il dirvelo francamente, ciò che voi fareste pel Miragli andrebbe a danno degli altri vostri creditori. Quando voi abbiate liquidato tutta la vostra sostanza, vi resterà sempre un deficit di 200 mila lire. Se per avventura voi trovaste oggi a prestito questa somma per rimborsare il Miragli, non avreste evitato ciò che disgraziatamente è inevitabile, ma sareste colpevole di una ingiusta preferenza, di cui non so se i tribunali potrebbero chiedervi conto, ma di cui vi chiederebbe conto per certo l'opinione pubblica e la vostra coscienza. —