Quella mattina noi stavamo, l'Anastasi ed io, ciascuno da una parte del letto intenti a distrarre l'infermo assorto ne' consueti pensieri.

— Voi mi perdonerete, Anastasi, — diceva mio padre, stendendo al notaio la mano tremula e scarna; — voi mi perdonerete se non fui sempre giusto con voi. Ho errato, lo so, e riconosco l'errore. Quand'io non sia più (non vale ribellarsi a ciò ch'è inevitabile), fate le mio veci presso la mia figliuola. Ch'ella non sia derelitta nel mondo, abbandonata da tutti. E tu, poveretta, non voler persistere in una fede ch'è cecità. Prima che tu senta il peso degli anni, apri il cuore agli affetti.... O chi non amerebbe la mia Adelaide, sol che sperasse di esserne riamato? Uno solo poteva tradirla, ed ella ha scelto quell'uno!... Codardo.... egli non osa nemmeno confessare il suo fallo.... non osa nemmeno risponderti! —

Io chinai il capo tacendo. Era vero!

In quella, mi giunse all'orecchio un suono di passi affrettati. Si bussò alla porta; corsi io stessa ad aprire. Un cameriere mi consegnò una lettera al mio indirizzo, sopra cui stava scritto urgentissima. Veniva da Londra: era sua. Non vi so dire quel ch'io provassi: so che la lettera ch'io attendevo da tanti giorni era nelle mie mani, e che io non aveva il coraggio di porvi gli occhi. Nondimeno, fattami forza, ne infransi il suggello, e ne scivolò un piccolo bigliettino che andò a cadere a' miei piedi. Lo raccolsi avidamente nascondendolo in seno, giacchè prima di apprendere la mia sentenza io volevo vedere se Gustavo mi avesse reso l'ultimo servigio, di cui lo avevo pregato. E invero Gustavo nella sua lettera aveva pressochè trascritto le mie parole: cattivo augurio per me. Allora, quasi lacerandolo con le dita tremanti, apersi il bigliettino: non conteneva che tre righe: — Avete ragione: sono indegno di voi. Il destino ha voluto dividerci; ma voi, lo so, non potete, non dovete perdonarmi. Eccovi la lettera che desiderate: l'affido alla vostra lealtà. — Mi sfuggi un grido, onde il notaio mi fu tosto vicino, e mio padre, che non poteva vedermi a cagione di un paravento tra il suo letto e l'uscio, chiamò due volte angosciosamente: — Adelaide! Adelaide! — Ripigliai possesso di me, e fingendo che la mia commozione derivasse da soverchio di gioia, risposi: — Babbo, c'è una lettera di Gustavo! — Indi, fattami al suo letto, e abbandonandomivi quasi con la persona, abbenchè mi si velasse la voce e le pupille mi si annebbiassero, lessi tutto di seguito: — Cara Adelaide, ciò che ti si disse di me è falso. Non isposerò altra donna che te. Io ti ho amata sempre, io non ho mutato propositi e sarò presto in Italia e ti farò mia. Che il tuo genitore rassereni lo spirito e non dubiti che tu non abbia ad esser felice col tuo Gustavo.

Mio padre, che in questo frattempo s'era ritto sui guanciali facendosi puntello di un braccio, mi strappò la lettera di mano esclamando: — Vuoi tu ingannarmi? — Poscia gridò con voce affannata: — Un po' di luce, un po' di luce! —

Il notaio, appressatosi alla finestra, ne sollevò alquanto la tendina, dimodochè un raggio di sole attraversò la stanza, venendo a morire nella corsìa del letto dalla parte opposta a quella in cui io mi trovavo. Due volle il malato si soffregò le palpebre col dosso della mano sinistra, mentre la destra teneva aperto il foglio avvicinandolo agli occhi. Il sudore che gli stillava dalla fronte rendeva testimonianza di quanto gli costasse quello sforzo supremo, quella lotta della volontà contro i sensi ormai riluttanti all'antico ufficio. Era uno spettacolo angoscioso che teneva sospese in me tulle le potenze dell'anima, che m'impediva in quell'istante di pensare ad altro, di veder altro, di rammentare altra cosa nel mondo. Tutto ad un tratto un sorriso celeste trasfigurò il volto dell'infermo; egli aveva distinto le parole della lettera: sarò presto in Italia e ti farò mia, e le ripeteva con accento ineffabile. E, come parlando fra sè, soggiungeva: — Gustavo, mi hai fatto molto soffrire, ma oggi ti perdono, e muoio felice. — Grazie, — sclamai, cadendo in ginocchio a' piedi del letto, e nascondendo la faccia tra le coltri, — grazie per lui. — Le mani di mio padre si posarono sul mio capo, e non so perchè il loro contatto mi facesse rabbrividire. Alzai gli occhi; le pupille di lui brillavano di una luce che non era terrena, la sua testa era piegata alquanto dalla mia parte con una immobilità spaventosa. Misi un urlo di raccapriccio.... Il notaio lasciò cadere il lembo della tendina ch'egli tenea sollevato: una mezza oscurità verdognola come il colore dei cortinaggi involse la stanza e il letto del malato, rendendone più sinistro il pallore.... L'Anastasi mi trascinò nell'anticamera e adagiatami sopra un sofà, esclamò: Povera Adelaide, egli è morto credendovi felice! — Felice! Ed io torcevo ancora fra le dita convulse il bigliettino che segnava irrevocabilmente la mia condanna.

Le forze umane hanno un limite, e quel limite le mie forze lo avevano toccato. Orbata del padre, tradita dal fidanzato, e a ventisett'anni sola nel mondo, oh era questo un cumulo di sventure che avrebbe prostrato omeri più vigorosi de' miei!

Or che accadesse di me io non so dirvi se non per quello che me ne dissero gli altri, tanto ho di quel tempo una confusa visione, una reminiscenza confusa. Come io abbandonassi quella stanza funerea, come da quelle solitudini alpine ritornassi a Milano, come languissi colà malata più mesi, ve lo giuro, o Lina, io non sarei in grado di narrarvelo. A me parve di uscire da un lungo sonno, d'essermi addormentata ancora giovane e bella per destarmi vecchia e cadente e grinzosa. L'Adelaide vispa, petulante, leggiadra se n'era ita per sempre: in vece sua v'era una donna oppressa dal peso delle memorie, col cuore tanto disingannato da non poter provare un novello amore, col volto così sfiorito da non ispirarne. A ventott'anni io ne mostravo poco men di quaranta, a ventott'anni qualche capello bianco m'inargentava la chioma. Talora io chiedevo a me stessa come l'età mi avesse sorpresa, e come le gioie di sposa e le dolcezze di madre, e tutto ciò che dà pregio all'esistenza femminile, fossero cose ch'io dovevo ignorare per sempre. Nella mia casa, che il mio scarso peculio aveva resa ancor più modesta, io non vedevo, per così dire, che il notaio Anastasi. Fedele alla promessa da lui fatta a mio padre moribondo, egli mi teneva in conto di figlia, e veniva a passar la sera, addormentandosi sovente, bisogna ch'io lo confessi, mentre io leggevo un libro o attendevo a un lavoro. La bontà squisita dell'animo suo e le prove d'amicizia verace ch'io ne avea ricevute, rendevano quell'uomo sacro per me: ma il suo dialogo non bastava a dissetare il mio spirito, nè ad alleggerire il tedio che mi pesava sul capo. Egli aveva ripreso la vecchia abitudine di parlare delle sue faccende e de' suoi clienti, e per quanto io cercassi di dare un'altra piega al discorso, egli con mille giravolte artificiose sapeva ritornare al suo tema prediletto. Procedendo di questo passo sentii ch'io sarei diventata una mummia; temetti, vi dico la verità, di perdere sino il desiderio d'una vita meno monotona, meno vuota d'affetti, e sovra ogni altra sventura mi atterrì il pensiero di questo intorpidirsi dell'ingegno e del cuore.

Intanto l'Anastasi venne a morire, e mi si fece intorno un vero deserto.

Fu allora che, per un'avventurosa sorte, ebbi agio di conoscere la vostra famiglia. Vidi i vostri genitori, coppia mirabile per sensi dilicati e gentili, vidi voi che in quei tempi eravate una bionda e gracile pargoletta, e mi rammento come si stringesse presto amicizia fra noi due, e come spesso correste festosa a pigliarmi pel lembo dell'abito e a nascondere fra le mie ginocchia la vostra testina ricciuta. E rientrando in casa mia, le stanze mi parevano più fredde, più squallide, più deserte che mai, e io mi corrucciavo di quel silenzio, e tornavo a chieder ricetto nella vostra dimora, come torna al suo nido la rondine.