La signora Anna avanzò alquanto la sedia, e appoggiando il gomito al tavolino fece puntello al mento con l'avambraccio, e si pose in atto di benevola aspettazione.

— Dovete dunque sapere — principiò il signor Maurizio con un tuono scherzoso che temperava l'asprezza apparente delle parole — dovete dunque sapere, mia cara amica, che io ho inteso gran parte del vostro colloquio con vostra nipote, e che fra voi e lei avete detto delle solenni corbellerìe.

— O sentiamole un po' queste solenni corbellerìe.

— Non mi negherete che la Evelina vi dicesse male di suo marito.

— Male poi no.... Faceva alcune rimostranze.

— Or bene: quanto a me che del matrimonio....

— Risparmiatemi le vostre teorie. Già si sa che voi l'avete a morte col matrimonio.

— Falsissimo. Io la credo un'ottima istituzione a benefizio dei celibi. Che cosa farebbero i celibi se non vi fossero gli ammogliati?

— Eh! vergognatevi di questo cinismo.

— Sono meno cinico di quel che credete, amica mia, e mi sarebbe facile il provarlo. Ma ora ripiglio il filo del discorso. Quanto a me, dunque, che sono un celibe ostinato ed impenitente, non ho nulla a ridire, se una moglie si lagna di suo marito. Ciò sta nell'ordine naturale delle cose. Ma io mi pongo dal lato vostro, di una donna cioè che ha un culto per l'istituzione del matrimonio, e non posso a meno di strabiliare vedendo come voi lasciate tener quei discorsi a vostra nipote, e abbiate anzi tutta l'aria di secondarli.