Sul principio erano stuonature orribili, e noi non pretendiamo che chi passava per la possessione avesse ad andare in visibilio sentendo i mirabili accordi che uscivano dalle varie casupole de' contadini. Ma i progressi vennero col tempo, e non andarono molti mesi che si riuscì a provare qualche suonata intera.
Alberto diceva, e noi gli diamo piena ragione, che ogni modo onesto di associare gli uomini è un modo di farli progredire; che la musica gli associa e ingentilisce; che quelle nature rozze, alle quali non si poteva pretendere di far gustare e la poesia e la pittura, erano in grado di sentire la musica e di sollevarsi per essa a quel mondo ideale, ch'è forse la vera patria dell'anima. Nè il conte volle lasciar senza risposta le obiezioni che gli si facevano, e un giorno alla scuola parlò a un dipresso così: — Mi si accusa di rendervi più infelici suscitandovi nuove idee, ma io voglio farvi un'interrogazione. Se voi, a cui natura diede il sacro lume degli occhi, foste stati allevati in una stanza chiusa a ogni raggio di sole, è certo che non avreste concetto della luce nè dolore d'esserne privi, come pure è certo che vistala una volta non potreste farne a meno senza grave danno; orbene, chi di voi rinunzierebbe allo spettacolo sublime dei campi e del cielo, pur di non farsi un bisogno, al quale convien dare perenne alimento? Così è delle facoltà dell'intelligenza. Dio le ha poste in voi, Dio vi ha dotati della potenza d'intendere mille nobilissime cose; ma senza l'educazione queste virtù giacevano inerti: o vi par egli una sventura l'averle messe in movimento? Sicuro; vi siete fatti nuovi bisogni, ma non vi sembra nello stesso tempo di aver nuove forze? Non vi sentite più gagliardi di prima? Ma, Dio buono! non v'è nulla al mondo che non tenda a compiersi: la rosa apre ad uno ad uno tutti i suoi petali, l'albero mette tutte le fronde: che più? il germe nascosto sotto la terra ha orrore delle tenebre, e si trasforma, ed esce anelante agli aperti sereni; e l'uomo soltanto dovrebbe ribellarsi a questa legge universale, egli solo dovrebbe dire: — Signore, tenetevi tutti i vostri doni; so che avete riposto dei tesori nell'anima mia, ma io non voglio affaticarmi a cercarli, voglio morire zotico ed ignorante come son nato? — Però badate bene: oltre ad essere una protesta sciocca ed irriverente, sarebbe anche una pessima speculazione. Se voi poltriste nel sonno quando il sole è levato, altri verrebbero sui vostri campi e mieterebbero le vostre spighe. Il progresso è come il sole. Egli sorge e s'avanza senz'abbadare ai dormienti, e chi non si scuote a' suoi raggi, tanto peggio per lui; egli sarà calpestato da quelli che si muovono e si sveglierà troppo tardi. Ma vi son molti che, anche ammettendo l'utilità della lettura, mormorano contro la musica e soggiungono che l'è una cosa di lusso, una raffinatezza da gran signori, e che i campi non si coltivano a suon di chitarra. Questo lo sapevo benissimo, eppure credetemi che non v'è alcuno esercizio più della musica accessibile a tutti. E vi par poco d'esservi assicurati una ricreazione per l'ore d'ozio? Il tempo bisogna occuparlo, e il difficile sta nell'occuparlo bene. Ora, se invece di passare il dopo pranzo alla bettola vi radunerete a studiare insieme un pezzo di musica, non ci avrete forse guadagnato qualcosa? Ma, continuano i nostri dottori, che roba è quella chimica agraria, quella economia che si pretende insegnare? Amici miei, non facciamoci mai paura dei nomi. Chimica, economia, possono parere, a prima vista, parolone che non fanno per voi altri; ma ormai che sapete di che si tratti, vi sembra che sia fuor di proposito l'averne qualche nozione? È un levarvi dalla vostra sfera il dirvi di che parti si componga il suolo che coltivate, e quali sostanze valgano a renderlo più produttivo, e come l'aria e l'acqua e la luce influiscano sulla fioritura delle mèssi? O se non le sapete voi queste cose, chi deve saperle? È un levarvi dalla vostra sfera l'insegnarvi la virtù che c'è nel risparmio e il vantaggio che ne deriva a tutti voi, se nessuno v'impedisce di comperare le merci ove costano meno, senza badare se siano del paese o non siano? Son pure atti della vostra vita d'ogni giorno questi che la scienza prende a disamina, e non vi dorrà d'andarvene col lume della ragione ove andavate finora a casaccio. Insomma, amici miei, lasciamo che i maligni gracchino a loro posta, e tiriamo innanzi. Sin che non ci faranno altre accuse che questo, non c'è invero argomento da mortificarsene. —
VII.
Non andò molto che un grande avvenimento mise in subbuglio la villa. Dopo qualche mese d'assenza il conte Alberto annunziò il suo ritorno, avvisando però ch'ei non sarebbe solo, ma con un'altra. Il conte s'era ammogliato, e si può immaginar quanti commenti si facessero di questo suo matrimonio, e quante congetture per l'avvenire. Chi diceva che una giovane, avvezza alla vita romorosa della capitale e alle conversazioni ed ai teatri, non potrebbe trovarsi a suo agio in un paesuccio così povero d'ogni consorzio, e turberebbe la pace del marito co' suoi capricci; chi invece ne traeva lietissimo augurio, e sperava che la presenza d'una gentile signora infonderebbe nuovo brio nella villa. Il partito codino cercava, dal canto suo, di gettare il discredito sulla futura contessa, e non v'è malanno che non le cacciassero addosso. Nei villaggi la malignità abbonda e poco si bada alla qualità dell'armi brandite, pur di ferire.
La giovane sposa, descritta in mille guise diverse secondo il ghiribizzo di chi non l'aveva mai vista, comparve alfine a portare la discussione sul terreno dei fatti. Non beltà sfolgorante, ma leggiadria di volto e di forme; era tutta grazia nelle movenze, tutta dolcezza nello sguardo e nei modi. Vi sono creature privilegiate, alle quali natura diede di poter fare ogni cosa con garbo, e di mostrare negli atti della vita più semplici l'eletto animo e l'armonia delle facoltà. La Matilde, che così avea nome, era tra queste. Non umiliava i suoi dipendenti nè con riserbo sdegnoso, nè con dimestichezza affettata: chi crede tutti gli uomini uguali, può talvolta parer meno affabile di chi, sentendo altamente del censo e del nome, cerca pure di appianare le differenze con la famigliarità delle forme; ma per gli spiriti ben fatti la fratellanza vale ancor meglio della pietà.
Quantunque nata e cresciuta in una capitale, Matilde amava la vita campestre. E il conte Alberto comprese ottimamente che per non fargliela venire a noia bisognava ch'ella non ne fosse semplice spettatrice, ma si addimesticasse con quelle abitudini e con quegli interessi. Le donne ricche, a' nostri tempi soprattutto in cui, la Dio mercè, l'esigenze della vanità si son fatte men formidabili, nè il cavalier servente e lo specchio si dividono con tirannica monotonia il pensiero femminile, son minacciate da due grandi malanni, l'ozio e la noia. Le costumanze sociali hanno precluso alla nostra compagna tante sorgenti d'attività, l'educazione ch'ella riceve suol esser sì frivola, che quando non la soverchino le cure di numerosa famiglia, il suo tempo è piuttosto consumato che adoperato. La è cosa doppiamente funesta, e perchè mille germi fecondi inaridiscono nella donna senza metter fiore, e perchè l'uomo viene a perdere un'alleata operosa, la quale ha gl'istinti del bello e del vero, e se difetta della pertinacia necessaria a condurre a termine le grandi imprese, abbonda dell'entusiasmo necessario ad iniziarle. Abbandonata a pernicioso influenze, per la mobilità della sua tempra inchinevole alla superstizione ed al misticismo, ella riesce sovente un ostacolo, mentre dovrebbe riuscire un aiuto, e quante volte alle dolcezze ineffabili della carezza materna, alla soavità dei consigli d'amore si mescono ammaestramenti, contro i quali protesterà più tardi l'animo nostro. Ma la colpa è di chi sdegna seminare in quel suolo ferace, e per tema di perdere uno scettro illusorio, non aiuta la debole creatura ad uscir di pupillo.
Fortunatamente la vita campestre offre alla donna più modi assai del vivere cittadino per adoprare utilmente le proprie forze. Nè Alberto poteva consentire che sua moglie fosse una signora feudale alla foggia antica, una di quelle dame che col falcone sull'omero si recavano alle splendide caccie, beatificando di languidi sguardi i paggi svenevoli: non in quell'atmosfera cortigianesca lo spirito si ritempra alle forti virtù, non tra quelle molli consuetudini può esercitarsi l'ufficio vero della donna.
La contessa Matilde aveva due campi d'attività innanzi a sè. Da un lato ella poteva attendere alle bisogne della villa, e vigilare quella parte di lavori campestri più particolarmente affidati alle donne, quali sarebbero la coltivazione dei bachi, la filanda, la cascina, ec.; dall'altro sarebbe stato ufficio non meno utile, non meno lusinghiero pel suo amor proprio, il prendersi cura di quelle povere contadine, e dirozzare alcun poco quelle bimbe lasciate crescere come le male erbe. La giovane signora non esitò un istante ad assumersi ambedue quest'incarichi: come padrona della tenuta, ella diceva suo dovere di promuoverne gl'interessi; come donna, come patrocinatrice delle sue dipendenti, pareale altrettanto necessario di accingersi coraggiosamente a quell'ufficio educativo, checchè potessero dirne e pensarne i fannulloni e i malevoli. Nè le chiacchiere mancarono. Una brutta e scipita vecchia, che aveva fino allora congiunto i due ufficî di levatrice e di maestra, venne a querelarsi personalmente con la contessa, assicurandola di aver sempre tenute le bambine legate alla sedia nel massimo ordine e meravigliandosi altamente che si potesse fare qualche cosa di più. Il maestro di scuola che pel numero scemato degli alunni soleva occuparsi con maggior sollecitudine dell'agricoltura, stanco di quella parte da Cincinnato tornò a rimescolarsi pe' suoi lesi diritti, e i due rappresentanti dell'istruzione pubblica strinsero alleanza offensiva e difensiva per abbattere gl'inaspettati rivali. Che se l'opera loro riuscì inutile, non tacque però la maldicenza paesana e nessuno poteva capacitarsi che la villa dei conti *** fosse ridotta una scuola. Ma se ne capacitavano a poco a poco i coloni, e quell'istruzione data alla buona, e più in guisa di consiglio fraterno che d'insegnamento burbanzoso, sortiva già ottimo effetto.
VIII.
Pochi mesi eran corsi dacchè la Matilde si trovava nella villa, quando, coincidendo il tempo dei raccolti ubertosi assai più dell'usato, il conte Alberto pensò di approntare una festa campestre in onore della sua sposa. Era la ridente stagione, in cui la natura offre agli uomini le sue ricchezze, e le spighe inchinandosi verso terra pel soverchio del peso invitano alla mietitura. L'anno scende bensì la curva del tempo, ma è vegeto ancora e robusto: invano il sole dardeggia sugli alberi, invano il vento va scompigliando le fronde, non una foglia ingiallisce, non una foglia strappata dai rami ingombra il cammino. Le vigne, tenendosi l'una con l'altra pari a coppie gioconde di danzatori, mostrano il lento rosseggiare dei grappoli; le pesche pendono mature dal gambo, mentre, lontane annunziatrici del verno, le mele acide ancora e scolorite si arrotondano sulla malinconica pianta. Era la stagione, in cui pel cominciar delle pioggie qualche striscia argentea serpeggia fra i ciottoli del torrente; era la stagione, in cui la luna svela più ampio e luminoso il suo disco. Gli uccelli, immemori delle offese dell'uomo, tornano fra le siepi a rallegrarlo dei variati gorgheggi; la tuberosa ed il gelsomino, aprendo a gara le candide foglie, riempiono l'aria delle più soavi fragranze, e la dahlia nascosta ancor nella buccia sta acconciandosi il magnifico vestimento. I carri colmi di mèssi s'avanzano con maestoso incesso verso le fattorie. — Harvest home, cioè la raccolta a casa, — gridano i contadini inglesi con unanime entusiasmo; — harvest home, — e mille feste rallegrano in quei dì le campagne. È il carnovale del colono che nel tempo dei teatri e dei balli non ha altro spettacolo che un tappeto di neve sul suolo, che un velo di nubi nel cielo, e fa mostra d'animo scarsamente gentile chi non sia tocco da quelle semplici solennità. E non soltanto nelle campagne, ma dappertutto le feste in comune sono un gran sollievo per la povera gente. Noi altri, però, che siamo gente chique, guardiamo con un sorriso di compassione que' convegni popolari, e se qualcuno di noi v'interviene lo fa specialmente per adocchiarvi le belle ragazze, giacchè fra i molti privilegi nostri sulla gentuccia v'è pur quello di poter insidiarne la pace e l'onore. Oh! se pensassimo che i tapinelli, i quali vivono sotto un tetto affumicato, affranti dalle diuturne fatiche, nell'incertezza perpetua del domani, non hanno passatempo migliore di quelle riunioni, non hanno altro modo per dimenticare il tedio della penosa esistenza, oh! senza dubbio la celia ci morrebbe sul labbro. E invece d'irridere le feste popolari, vorremmo anzi promuoverle, e chi sa se, opportunamente dirette, non potrebbero informare a maggior gentilezza i costumi e svegliare nell'anime più torpide il senso educativo del bello.