Una vasta prateria di recente falciata, a un angolo della quale sorgeva l'edifizio disposto ad uso di scuola, e a cui faceva cintura un lunghissimo pergolato, venne scelta come il sito più acconcio a quella solennità campestre. Sotto il pergolato eran disposte due tavole; l'una assai grande per gli adulti, l'altra minore pei fanciulli. La Matilde si era fatta assegnare un posto in questa, pigliandosi l'arduo ufficio di vigilare uno sciame di bimbi. Alcuni rivenduglioli girovaghi, che avevano avuto sentore della festa, s'erano introdotti nella villa fino dal dì precedente, e il conte aveva loro permesso di rizzare lo loro baracche nella prateria per far più variato lo spettacolo; ond'essi alla mattina per tempissimo sfoggiarono le loro merci, che consistevano per lo più in balocchi, in spilli, in ombrelloni rossi di lana e in ghiottonerie d'ogni fatta. Accorsero anche de' suonatori, ma trovarono il posto occupato, chè quasi a mezzo della prateria erasi costruito, con assi di legno commessi insieme alla meglio, un palco, dal quale la banda doveva esporsi al pubblico per la prima volta. Un'asta levigatissima sorgeva a foggia di vessillo a pochi metri di distanza, e in cima a quell'asta erano degli abiti nuovi e delle appetitose salsiccie; guiderdone serbato a chi avesse agilità bastante a giungere lassù. Questa gara della cuccagna, i suoni, il banchetto, le danze che potevano continuarsi tino a tarda sera nelle due sale della scuola, ecco tutti i sollazzi della giornata. Ma quel trovarsi insieme uomini, donne, fanciulli in un dì d'allegria; quello smettere per poche ore la zappa e la marra; quel vedersi convitati con tanta affabilità dai signori del luogo; erano circostanze che nell'animo ingenuo dei villici accrescevano a mille doppi il valore del divertimento. Il sole era sorto da poco che già la prateria rigurgitava di gente: venivano le famiglie intere, quali a piedi, quali, se abitavan discoste assai, nel loro biroccino con l'asinello, oppure sopra un carro pesante tirato da buoi. Curiosissimo era lo studio che traspariva in tutte le vesti e l'acconciature; non v'era vecchia rimbambita che non avesse rovistato ne' suoi armadî per cercare di mettersi in fronzoli. Delle giovani, alcune avevano un fiore nel crine, altre tenevano sul capo un fisciù; e le più eleganti erano adorne di un cappellino di paglia, assettato in testa con una certa negligenza che manifestava vie più l'artificio. I contadini erano divisi in due classi: i partigiani del buon tempo antico, che non rinunzierebbero per tutto l'oro del mondo a sfoggiare i loro polpacci, e quindi tengono i calzoni corti e stretti al ginocchio; i progressisti, che hanno adottato le brache lunghe alla moda cittadina. Ma questi erano ben pochi nel paese di ***.
La Matilde associatasi ai bambini ne dirigeva festosamente i giochi, e le vispe creature che non sanno ancora di riguardi sociali, posta da banda ogni timidezza, le carolavano intorno con clamorosa allegria. Per una delicata sollecitudine di alcuni fra i coloni, tre fanciulle delle più leggiadre in abito bianco, vagamente acconciate, la presentarono d'un bel mazzo di fiori, mentre la banda intuonava una polka, che il signor Placido aveva scritto apposta, intitolandola: — Matilde. — Alle prime note si fece universale silenzio. Le femmine interruppero il loro cicaleccio, i rivenduglioli cessarono dagli striduli richiami, e, vedi miracolo! i bimbi stessi divennero zitti. In mezzo alla dolce maraviglia, scolpita in viso a quelle turbe non avvezze ad altre armonie che al suono dell'organo o al fracasso delle trombe dei saltimbanchi, in quell'agitarsi di tante bionde testine, chi poteva guardar pel sottile all'ispirazione musicale della suonata o all'accuratezza dell'esecuzione? Gli applausi furono immensi, ed era singolare sentir poi le donne bisticciarsi tra loro, poichè ognuno che avesse congiunti o amici nella banda, attribuiva ad essi a preferenza degli altri il buon esito della suonata.
Poco prima del pranzo la contessa, quale regina della festa, chiamò a sè i fanciulli d'ambo i sessi ch'erano più lodati per la svegliatezza dell'ingegno e la bontà del costume, e regalò ciascheduno d'un libretto della Cassa di Risparmio da lire 20, avvertendo che se di lì a un anno non lo avevano intatto, non si aspettassero più da lei nè un dono nè un chicco. Soggiunse a un tempo che il giorno appresso avrebbe tentato di spiegar loro che cosa fossero quei libretti e a che cosa servissero. Diremmo una bugia asserendo che i bimbi ne restassero assai soddisfatti: a sentirsi parlar d'un presente la loro fantasia era volata tant'alto, che per poco non si aspettavano uno di que' castelli di fate, onde avevano udito discorrere negl'invernali filò.[1] Qualcuno nel vedersi in mano quel magro libretto sentiva imperlarsi la lagrima sul ciglio, ma il pranzo fece porre ogni cosa in obblìo. Finito il banchetto, che si chiuse con un brindisi entusiastico alla salute degli sposi, la banda ricominciò le suonate ed ebbero principio le danze, alle quali assistettero molte fra le notabilità del villaggio. Il parroco, per salvar capra e cavoli, giunse al dessert: così poteva dire di non essere stato a pranzo, e insieme buscavasi un dolce e un bicchier di vino: certo che gli uomini dei partiti estremi condannavano siffatto temperamento, certo che il sacrestano, rappresentante delle idee ultra-conservatrici, non solo non avea messo piede nella villa in quel giorno, ma anzi s'era assentato dal paese per fare una dimostrazione ostile al conte Alberto; però il parroco diceva: — Male, malissimo, bisogna saper tenersi con tutti... io mi pregio d'esser moderato. — E questa soddisfazione di sè ei la condiva abbondantemente col vino della cantina del conte. Quanto al vecchio marchese, che la curiosità spingeva ad ogni tratto nella villa e che s'era tanto doluto della mancanza di livree, egli aveva assistito alla festa con un sorriso di superiorità. E, voltosi al parroco, gli bisbigliò all'orecchio: — Creda pure, Reverendo, che le feste vogliono esser date da noi altri nobili di vecchia data. Non crede?... dica liberamente. — Eh! credo. — Io una volta ho avuto nel mio palazzo i professori d'orchestra di ***, nientemeno, capisce, Reverendo? Ma nelle sale, s'intende, non già nei campi per far ballare un po' di plebaglia. Sarà stata una festa ben migliore di quella d'oggi, non le pare?... — Eh! sicuramente.... — Ma, fra noi due, che nessuno ci senta, queste son pagliacciate belle e buone.... Via, mi dica la sua opinione.... — Ma, secondo.... si.... capisce.... — Come? — La causa di questa evoluzione era l'avvicinarsi del conte Alberto, al quale, non appena ei fu giunto, don Gaudenzio e il marchese gridarono in coro: — Festa stupenda, impareggiabile; ce ne congratuliamo col conte Alberto. —
IX.
Les jours se suivent et ne se ressemblent pas, dice il proverbio francese, e chi avesse visitato la villa tre settimane dopo il dì della festa, l'avrebbe trovata poco men che in aperta rivolta. E tutto perchè? Per un trebbiatoio di frumento che il conte Alberto s'era fatto venire in quei giorni, e dal quale i coloni traevano i più cupi pronostici pel loro avvenire. Il fatto si è che i lavori accresciutisi, l'incremento notabile della cascina, le cure richieste dal nuovo prodotto della canape rendendo necessario un maggior numero di braccia, avevano arrecato un rincaro non lieve nella mano d'opera, che per buona parte doveva affidarsi a giornalieri. Ora la macchina, secondo il solito, adempiendo il suo ufficio con risparmio di tempo e di spesa, consentiva di sbarazzarsi de' lavoranti soprannumerarî e di ridurre le mercedi a più equa misura. Nelle sue lezioni il conte aveva discorso più d'una volta intorno alle macchine, ne aveva discorso con soda dottrina e con argomentazione calzante; ma quando ci sia l'interesse di mezzo, si trova sempre il modo di sottrarsi alle tirannie della logica rifuggendosi nel terreno neutro delle eccezioni. Chi di noi non ha sentito dirsi mille volte: — La cosa è giusta in teoria, ma in questo caso... poste certe condizioni particolari, ci vogliono speciali riguardi?... Non si possono nemmen dire arti vecchie; è un portato spontaneo della natura umana, la quale ben di rado è così austeramente giusta da ammetter di primo acchito quelle verità che sanno d'amaro. Immaginatevi poi in un paese gretto, ignorante, ove le piccole ire trovano buono ogni pretesto per farsi innanzi. — Ecco la conclusione delle belle riforme del nuovo signore, dicevano alcuni; ecco la filantropia di questi dottoroni, di questi filosofi.... sotto colore di progresso insidiano l'esistenza del contadino, come s'ella non fosse stentata abbastanza e penosa. Povera gente! Hanno sudato sangue, hanno incallito le mani, hanno abbronzito le fronti per farvi più pingui le mèssi, e un giorno, quando meno se lo aspettano, un congegno di ferro si pianta in mezzo ai campi rigogliosi, in mezzo alle verdi praterie, e dice a questa popolazione miseranda: — Va via: io mieto le spiche, io falcio l'erba più a buon mercato di te. Va via: rinuncia i tuoi salarî, lascia la casa dove sei nata, dove son morti i tuoi padri, va via; cercati un altro tetto, un altro padrone che ti scaccerà anch'egli, quando lui pure rischiari il lume della civiltà. — Son le solite querimonie che da anni ed anni tendono a rinfocolare le ire dei creduli volghi, a' quali il danno presente fa velo al giudizio e toglie ogni facoltà di riposato consiglio.
A queste arringhe dissennate aggiungasi la mal celata esultanza di quelli che godono sempre degl'imbarazzi altrui, gente che si raggranella in ogni ordine sociale, nella turba infinita degl'indolenti e degl'invidi. Pare a costoro di trovar una giustificazione della propria inerzia nei malanni che incolgono agli operosi, ed hanno eternamente sul labbro quella frase sapientissima — Lo avevamo predetto, — come se la fosse una divinazione sublime il predire che chi cammina potrà incespicare talvolta; mentre gl'immobili non incespicano, ma vanno in putrefazione e marciscono l'aria che li circonda.
Il sacrestano idrofobo, come sempre, voleva passare a vie di fatto e rimestando nella folla quasi quasi lasciava intravvedere la possibile alleanza delle sue campane, come se si trattasse d'un vespro. Gli spiriti del villaggio non eran però così bellicosi, e l'intemperanza stessa delle proposte chiudeva i germi d'una reazione. Quanto ai moderati, e' non poterono mettersi d'accordo in verun partito. Anzi il farmacista, sollecitato a dire almeno il suo parere, si contentò di rispondere con tuono severo: — Mi maraviglio. —
A ogni modo, Alberto continuava ad essere in un brutto impiccio. I contadini s'eran fatti disubbidienti, riottosi; i giornalieri licenziati protestavano di non volersene andare, e il paese dava segni assai chiari di plaudire alla loro insolenza. A malgrado dei beneficî del conte, la popolarità non eragli per anco assicurata: i pregiudizî hanno messo così salde radici nel cuore degli uomini, che chi li combatte non può non suscitarsi contro un vespaio.
Il giovane signore ebbe però il buon senso di capire che i belli ed eloquenti discorsi non giovano a nulla in tali casi; l'intelligenza che nei momenti placidi serve a comprenderli, ne' momenti procellosi serve a svisarli, le argomentazioni logiche s'interpetrano come sottigliezze d'animo chiuso a ogni senso gentile, le parole amorevoli si dicono artificî d'ipocriti. Soltanto innanzi alla tranquilla energia degli uomini sicuri di sè ogni resistenza si spunta. E il conte non si lasciò intimidire dallo schiamazzo de' malcontenti. Quanto ai contadini che abitavano nella tenuta, egli però non volle licenziarne nessuno, sebbene in sulle prime l'opera loro venisse ad essere diminuita d'assai: egli prevedeva che l'impulso dato alla produzione con la novità dei metodi agrarî avrebbe di certo ridomandato quelle braccia che ora giacevano inerti, nè il risparmio di poche mercedi poteva indurlo a metter sulla strada parecchie famiglie. E in questo generoso proposito lo raffermarono anche le sollecitazioni della sua sposa. Certo quel passaggio dalle vecchie abitudini ai nuovi sistemi più fecondi, più logici, non si compie senza lagrime, non deve farsi senza cautele, le quali vogliono forse esser maggiori nella campagna che nella città. Si tratta di popolazioni meno aperte alle idee del secolo, use a prendere speciale affetto alla terra che coltivano, alla capanna che abitano, e per le quali un mutamento di sito ha talvolta tutte le amarezze dell'esiglio. Si tratta di popolazioni che hanno chiuso il loro orizzonte nel villaggio natìo, che vissute fuori dei grandi centri sociali non acquistarono le svariate attitudini onde si adornano le popolazioni urbane, a malgrado della più minuta divisione del lavoro.
Avvenne col tempo ciò che suol sempre accadere in siffatti casi. Stimolato con più sapiente energia, il suolo rese di più: le derrate riuscirono di miglior qualità e trovavano prontissimo spaccio su tutti i mercati. Quindi si raddoppiò la lena, e allo sciopero del momento tenne dietro un'attività non interrotta. A poco a poco macchine e contadini finirono col mettersi d'accordo, quasi diremmo col prendere ad amarsi. È noto come nei paesi industriali gli artigiani nutrano una speciale affezione per le loro macchine: la celerità, la precisione, con cui que' complicati congegni accudiscono al loro ufficio, hanno qualche cosa che seduce ed affascina, e l'artigiano nell'accarezzare la manovella che gli sta dinanzi, tributa un omaggio indiretto alla potenza dello spirito umano. I rozzi coloni della villa, per quanto venissero sollecitati a respingere le invenzioni del demonio, non poterono alla lunga sottrarsi ad un certo senso di riverenza, il quale, se non altro, valse a ridare la pace a quei luoghi, un di sì tranquilli e allora agitati da sì bollenti passioni.