Oh! non voler costringere

A finta gioia il viso,

Son belle le tue lagrime

Siccome il tuo sorriso,

con quel che segue. Proprio sotto la sua finestra un'imposta si aprì, e un bel visino arrovesciato apparve sul davanzale. Era Giulietta.

— Bravissimo! — sclamò la giovane con quella sua vocina melodiosa ed insinuante.

— Oh diamine! già vestita, — rispose Ugo balzando subitamente, senza saperne il perchè.

— Ma certo; e già nel mio santuario, — soggiunse Giulietta, accennando al suo gabinetto da lavoro e da studio. — Quegli che non è pronto è Alberto, il quale, per miracolo, vuol terminare una scrittura prima di partire. Anzi dovreste fare una bella cosa, andare a sollecitarlo voi stesso; già a me non mi abbada. — Guardò l'orologio e disse: — Sono le sette e mezzo. Mi pare che bisognerebbe mettersi in carrozza fra un'ora. Andate, andate. — Fece un cenno garbato col capo, sorrise in modo da mostrare, certo senza volerlo, una doppia fila di denti candidi come l'avorio, e sparì.

Vi sono cose curiosissime a questo mondo. Ugo aveva visto Giulietta un centinaio di volte, e la gli era sembrata, come a tutti, un'assai avvenente donnina: ma, bella come in quel momento, egli non l'aveva trovata mai. Del resto, bella o brutta, egli non ci aveva che fare. Si guardò un momento nello specchio, e scorse un leggiero rossore diffuso sulle sue guance; onde divenne ancora più rubicondo, perchè arrossì di avere arrossito. Nondimeno, obbediente al comando ricevuto, fece in quattro salti le scale, e andò nello studio dell'amico.

Alberto era difeso da un intero sistema di fortificazioni. Aveva dinanzi a sè un tavolino, su cui i libri stavano ammonticchiati l'uno sull'altro sino ad altezze portentose; ai lati due scaffali pieni anch'essi di libri e di scartafacci. La poderosa persona era sprofondata in una scranna a bracciuoli assai bassa e larga, foderata di pelle nera, e tre o quattro sedie appoggiate al tavolino con le due gambe anteriori all'aria come persone svenute costituivano le opere avanzate della fortezza. Alquanto miope, egli teneva la testa china in modo da toccar quasi col naso la carta; con le dita sudicie d'inchiostro si carezzava i capelli che parevano acquistare a poco a poco dimensioni spropositate come il can barbone di Fausto.