— Siete un grande originale, — rispose la signora Anna, sorridendo fuggevolmente. — E se vi déssi una tazza di tè, non mi risparmiereste la seconda metà della vostra storia?

— Accetto la tazza, ma continuo. —

La signora Anna diè una scrollatina di testa come se volesse dir nuovamente: Che matto! e versò il tè al suo lepido interlocutore.

— Un giorno — riprese il signor Maurizio tra un sorso e l'altro — il mio amico arrivò inatteso in casa d'Alberto, e quindi più festeggiato che mai. Si deliberò di fare pel dì vegnente (ch'era una domenica) una gita a una villa poco discosta, e si passò la sera pregustando il divertimento del domani. La Giulietta non era mai stata più ilare, nè Alberto più espansivo, nè Ugo più amabile....

— Ve l'ha detto lui?

— Sicuro!

— Beati gli uomini franchi!

— Il mattino del dì appresso (era in primavera avanzata, poco importa il mese) Ugo fu in piedi all'ora stabilita, e fece la sua toilette con grande accuratezza e sollecitudine vicino alla finestra aperta della sua stanza che dava anch'essa sopra il giardino. Faceva un bellissimo tempo: però l'orizzonte non era tutto sereno, e qualche nube percorreva il cielo con insolita rapidità a simiglianza di persona affaccendata. La moda di quarant'anni addietro, e voi lo sapete meglio di me, non era la moda dell'anno 1870, e se il mio amico vi comparisse dinanzi acconciato nella foggia di quel dì, voi non potreste certo trattenere una sonora risata. Un cappello di paglia con cupola alta e larghe tese orizzontali, un vestito color caffè con le maniche attillatissime e col bavero di smisurata altezza, una cravatta bianca che si attortigliava al collo come il serpente del Laocoonte, e che scendeva a riempire tutto lo sparato del panciotto chiaro di fondo e stampato di gran fioroni gialli, un paio di calzoni d'una tinta sentimentale stretti alla gamba, ecco a un dipresso il figurino del mio amico in quel giorno memorabile. E in quel giorno, ve lo assicuro io, egli era bello, e aveva ben ragione di sorridere guardandosi nello specchio. La giovinetta che acquista la coscienza della propria bellezza non può vincere un vago presentimento di arcani pericoli, e in mezzo all'orgoglio del sapersi regina chiede talvolta a sè stessa se il suo scettro non sarà bagnato di lagrime. Nei mille occhi che l'affisano, nelle mille labbra che si muovono a susurrarle una parola gentile, ella indovina un'insidia al suo pudore, alla pace dell'animo suo; insidia che tanto più la sgomenta, quanto più le versa nel cuore un'incognita voluttà. L'uomo invece, a torto o a ragione, non è assalito da questi scrupoli: l'avvenenza è per lui un dono che non ha mistura d'amarezza; un sorriso non gli fa salire i rossori sul volto; uno sguardo non gli fa chinare la fronte. Nel suo aspetto raggiante è la gioia del dominio o la certezza della conquista; sulla sua bocca sta il grido di Schiller: — Ich bin ein Mann, wer ist es mehr? Io sono un uomo, chi tal è più di me? —

Ecco ciò che Ugo, contemplandosi nello specchio, andava in quel mattino ripetendo a sè medesimo.

Mise il capo fuori della finestra, aspirò a larghi sorsi l'aria frizzante della campagna, e cominciò a solfeggiare la deliziosa romanza dell'Anna Bolena: