Tutti i partenti eran percossi dallo stesso vento, ardevano nello stesso incendio. Attraversavano il giardino e qualunque cosa dicessero, si sentiva che continuavano il discorso di quelli che eran passati prima, e questi di altri, di altri, di altri e pareva che quella notte per quel giardino dovesse passare tutt'il mondo facendo lo stesso discorso in cui risonava sempre lo stesso nome:
— Italia! Italia!
E alla vista del Berènga e degli altri che eran giunti prima, lanciavano il grido a cui era risposto. E si facevan gli uni con gli altri cento domande sulle stesse cose, sui partenti e sulla colletta. E già c'era una folla nella villa, quando apparve Piero Buondelmonti con Giacomo Rummo, e tutti corsigli incontro, ei disse:
— Potremo arrolarci col figlio di Garibaldi.
Poi aggiunse:
— Ho aspettato fino a ora il telegramma. Eccolo.
Lo mostrò in giro.
Allora tutti s'abbracciarono e si dissero addio, piangendo quelli che restavano, e quelli che partivano, esultando. Quella sera fu veramente fatta pace nella colonia. Ma in breve il padrone della villa rimase solo, perchè tutti gli altri eran portati via verso la patria lontana. Quegli s'era messo sul cancello del giardino e ognuno dei partenti l'abbracciava e quegli diceva addio guardando basso senz'aggiunger altro. Fu solo. Giù pel sentiero del colle si sentivano scendere i passi di coloro che partivano, allontanandosi rapidamente. Quegli stava in ascolto.
A un tratto i partenti incominciarono a cantare. Era un inno nazionale guerresco. Quegli rimase ad ascoltare. Il canto s'allontanò. E per lui diventò un canto lontano lontano che veniva da migliaia e migliaia di miglia lontano, veniva dagli anni lontani lontani. Quegli tese sempre più l'orecchio, sempre più verso il canto che si allontanava, e poi come tratto da quello fece qualche passo avanti. E intanto le sue labbra borbottavano pregando Dio:
— Dio creatore e Signor nostro, concedi la vittoria alla patria, all'Italia, alla cara.... alla santa patria nostra....