— Imperialismo!
E fissando gli occhi sulla tavola ripensava a quando sull'«Atlantide» Giovanna, dinanzi appunto a quel bambino che prendeva latte, gli aveva lodato il Buondelmonti. E vedendolo ora muto, sorrideva fra sè e sè con le due rughe ferme e raccolte in mezzo alla fronte, in forma di piccola lira. Finchè riaprì bocca e disse:
— Tutto è imperialismo. Anche la pecora che pasce in Argentina, è vittima d'un imperialismo: quello del genere umano sugli animali. Non è vero, signor Buondelmonti?
Un leggerissimo riso uscì dalla gola di Giovanna.
Il Buondelmonti alzò gli occhi e li riabbassò, e si sentì un borbottìo nell'orecchio. Qualcuno, un commensale che sin allora aveva soltanto mangiato e taciuto, ora s'ostinava a volergli dir qualcosa. Era un medico, uno de' primissimi italiani emigrati nel Brasile, molto povero, e che l'Axerio aveva invitato a pranzo per far buon effetto nella colonia. Aveva la faccia istupidita dalla vecchiaia, ma intepidito dal pranzo riandava gli anni della sua gioventù e voleva raccontare al Buondelmonti com'era Rio de Janeiro quand'egli c'era giunto quaranta o cinquant'anni prima. Il Buondelmonti ne aveva il borbottìo nell'orecchio, mentre sentiva che Giovanna e il Porrèna eran tornati a ridere fra loro. E gli pareva che ridessero di lui. Un furore muto gli si moveva nel petto, d'odio impotente contro i due, che li avrebbe uccisi, e non aveva via d'uscita dal suo petto.
Finì il pranzo, finì la serata. A un tratto, mentre stava per accomiatarsi, il Buondelmonti afferrò queste parole che Giovanna disse piano a Filippo:
— A proposito, Le ho scritto.
Gli invitati già uscivano, quando Giovanna disse ancora a Filippo:
— Lei può aspettare un momento? Vuol prendere con sè quel libro? Oppure glie lo rimando. Sta sempre all'Albergo degli Stranieri?
Il Buondelmonti uscì con gli altri, lasciò che andassero avanti senza salutar nessuno e rimase solo nell'oscurità della notte per vedere quando il Porrèna sarebbe venuto via dalla villa degli Axerio. Vedeva attraverso i fiori e le piante del giardino una finestra aperta, con un lume dentro, e la porta chiusa, e aspettava che questa si aprisse d'attimo in attimo. Il sangue ferocissimo gli martellava alle tempie, di tanto in tanto un'immagine, l'immagine del Berènga che assaliva il nemico, gli passava dinanzi agli occhi nel barlume della coscienza. Ei rimaneva sotto l'ombra del monte sovrastante nell'oscurità, abbaiavano cani per il colle, accanto si levava il tronco d'una palma, ei teneva gli occhi fissi alla finestra col lume e alla porta. Di là da quella finestra gli pareva di veder Giovanna e il Porrèna continuare a ridere di lui. Quanto sarebbero stati lì? Tutta la notte? Aspettò a lungo. Poi la porta si aprì e apparve il Porrèna nel giardino, ma lo seguivano l'Axerio e Giovanna, e rimasero a lungo a parlare ancora tra le piante e di tanto in tanto ridevano. Era manifesto: parlavano e ridevano di lui. Parlarono, parlarono a lungo, e di tanto in tanto a Piero, quando i cani non abbaiavano, pareva di sentire il loro riso, soprattutto quello di Giovanna. Finalmente il Porrèna apparve di qua dal cancello, ma Giovanna lo seguì ancora e gli parlò ancora, e poi alla luce che veniva dalla finestra e dalla porta, Piero la vide stendergli la mano e reggendosi con l'altra al cancello abbandonarsi verso di lui con tutta la persona. La sentì augurargli la buona notte e aggiungere distintamente: