L'Axerio rispose alla moglie con sdegno:

— La professione avanti tutto, mia cara.

Vide il Buondelmonti, mutò d'aspetto, lo salutò e si ritirò.

Il Buondelmonti era rimasto umiliato, ma Giovanna aveva dovuto dare una spiegazione. Essa si frenò ancora, ma sentì che non poteva nemmeno sostenere la vista di lui, e perciò gli disse:

— Quello che è stato detto, sia per non detto. Se Lei resta ancora a Rio de Janeiro, dovremo rivederci. Lei verrà ancora in questa casa. La signora Axerio riceverà sempre un amico del professor Axerio. Ma l'amicizia che c'è stata fra noi, La prego di considerarla come morta e per sempre.


Passarono molti giorni e Piero e Giovanna non si videro più e non seppero più nulla l'un dell'altro: finchè una sera Piero rincasando trovò due lettere, una dell'«Operaio Italiano» e un'altra del professor Axerio. L'«Operaio Italiano» dava una festa e invitava il decoro delle patrie lettere Piero Buondelmonti; il professor Axerio scriveva al caro amico per raccomandargli di non mancare a quella medesima festa, perchè veniva data per uno scopo nobilissimo: per celebrare il rappacificamento fra due valorosi connazionali, due colleghi che egli medesimo, il professor Axerio, era riuscito a indurre con inauditi sforzi a stringersi la mano mettendo fine a un'inimicizia che per dieci anni aveva fatto lo scandalo, il dolore e il danno di tutti gl'italiani a Rio de Janeiro. Così scriveva l'Axerio ed era vero: egli aveva sudato quattro cotte per quel rappacificamento de' due colleghi, perchè capiva che sarebbe stato un bel colpo per impiantar subito il suo prestigio di gran procacciante nella colonia. I due medici eran veramente nemici da dieci anni d'una inimicizia d'odio mortale per rivalità di professione e dividevano gli animi. Perciò fatta stringer loro la mano, l'Axerio stesso aveva proposto una gran festa nella sede dell'«Operaio Italiano», e perchè riuscisse più solenne aveva voluto che gli inviti non fossero ristretti solo agl'italiani, ma si mandassero anche ai brasiliani ed alle più ragguardevoli personalità, com'ei diceva, delle altre colonie, francesi, inglesi, tedesche, e così la sua intenzione era di preparare a se medesimo un trionfo internazionale. E aveva scritto in particolare al Buondelmonti perchè a questo trionfo fosse presente, perchè la colonia lo aveva in considerazione ed egli medesimo per conseguenza ne faceva più conto che in Italia; e poi non aveva mai potuto dimenticare di quando sull'«Atlantide» era stato costretto ad additarlo al Berènga che aveva detto: — Ci dev'essere a bordo un altro valoroso nostro compaesano! — Non aveva mai potuto dimenticare di avergli dovuto cedere una parte degli onori e glie n'era restato sempre il rammarico e il desiderio di mostrargli alla prima occasione la sua incontrastabile superiorità. Il giorno della festa andando all'«Operaio Italiano» camminava per la via accanto alla moglie con la barba gonfia e gongolante e vi giunse poco prima de' due nemici rappacificati. I quali nella sala maggiore del sodalizio rinnovarono gli abbracciamenti e uno era piccolissimo di statura e l'altro grandissimo. E poi, capaci d'abbracciarsi ma non di parlarsi, si separarono subito e andarono il piccolo con questi e il grande con quelli e di tanto in tanto da un capo della sala all'altro e attraverso i capannelli degl'invitati si lanciavano, quando potevano, occhiate cariche della loro inimicizia di dieci anni, e il piccolo aveva l'occhio anche più feroce. In quel mentre, il segretario stesso del sodalizio, Giacomo Rummo, spiegava al professor Axerio perchè nella colonia si esercitavano tanto le discordie e con il suo acume solito faceva osservare che le colonie eran piccole comunità a sè, fra altre comunità, dove le fortune degli «homines novi» si trovavano in vista e di fronte le une alle altre più che nella madrepatria e quindi più si osteggiavano. E poi erano appunto «homines novi» con un che di barbarico ancor fresco; e poi non avendo nel paese d'immigrazione i diritti politici eran ridotti allo stato di puri individui, «homines novi oeconomici», e quindi quelli spiriti pugnaci che nella madrepatria, per lo meno in parte, si sarebbero sfogati nelle lotte dei partiti, nella colonia eran costretti a sfogarsi tutti quanti nelle competizioni da persona a persona e intorno ai sodalizi. Il Rummo teneva appuntato verso il petto del professor Axerio il piccolo cono rossigno della sua barbetta e gli parlava con le sue labbra secche e stirate godendo nel suo cuore ciò che per lui era tutto a questo mondo, il buon cibo, la buona bevanda e la sua parte d'amore; godendo il piacere di fare una esposizione di genere politico, perchè il Rummo era nato politico come l'Axerio era nato borghese. Ma questi ora guardava sopra la testa del Rummo verso il centro della sala e la sua barba ignara della barbetta espositrice si allungava nella direzione dello sguardo. Afferrò soltanto poche parole e ad un certo punto esclamò per tagliar corto:

— Via via! Simili argomenti sono inopportuni. Da oggi non ci saranno più discordie nella colonia.

Disse questo come quando diceva che non ci sarebbero state più guerre fra le nazioni. Il Rummo abbassò il cono rossigno, serrò le labbra secche e stirate, e come se fosse stato lo stesso Buondelmonti nelle discussioni sull'«Atlantide», disse dentro di sè per il professor Axerio:

— Imbecille!