— Jacopo, lascia parlare il signor Buondelmonti.
Era la signora Giovanna Axerio, sua moglie, una giovane donna di media statura, con un volto lungo e magretto e i capelli leggiadramente pettinati alla greca e cinti d'un nastro di seta color granato. Alcuni de' commercianti s'eran distaccati dal circolo e trattisi in disparte s'interrogavano e si ragguagliavano tra loro intorno al professore Jacopo Axerio e a Piero Buondelmonti, che cosa fossero o non fossero in Italia. Un altro circolo di signore stava seduto poco discosto; alcune lavoravano e di tanto in tanto levavano gli occhi verso quelli che discutevano. La signora Giovanna Axerio era rimasta accanto al marito e fissava sul Buondelmonti due occhi ilari e intimiditi, con quella leggiadra espressione che ha il fanciullo quando finge timidità per giuoco. Qualcuno le si accostò, s'inchinò profondamente e le baciò la mano; essa gli sorrise con gaia cordialità e si dissero qualche parola. Il sopraggiunto era un signore alto, asciutto, aveva un aspetto della più raffinata compitezza e una punta di canzonatura fra ciglio e ciglio. La signora Axerio gli disse battendo insieme le palme gioiosamente:
— Poltrone! Lei si alza ora?
— Con vero rammarico, signora mia.
— Qui si discute di patriottismo.
— Quale fortuna per noi!
E così dicendo, il giovane signore serrò in circolo molte mani.
Il professor Axerio riprese prorompendo con enfasi:
— La patria! Ma tutti si è patriotti! Anche i socialisti son diventati patriotti! E Lei sa che io non sono socialista!
— So bene che Lei non è socialista.