Spuntò l'alba, egli stava ancora alla finestra, la voce della patria continuava a rimproverarlo.
Ma nella giornata il vecchio uomo riprese il sopravvento. Di prima mattina corse a comprare i giornali. Le notizie erano immutate, nè più nè meno gravi. Il Rummo continuava ad avere avversione per gli stessi fatti e gli stessi uomini d'una volta: continuava a non volere che fosse possibile una guerra in Europa in genere e una guerra dell'Italia in ispecie. In mattinata rivide il Tanno e il Buondelmonti; con un'ostinazione che in lui stesso aveva dello straordinario, li cercò per osteggiarli, per impedire ciò che avrebbero fatto, e il Buondelmonti non era più per lui l'amico, ma era ritornato il nazionalista. Quando il Buondelmonti, il Tanno e gli altri trattarono di mandare un telegramma a San Paolo per promuovere anche lì la colletta, il Rummo osteggiò quella decisione e cercò d'impedirla sostenendo che quei di San Paolo non avrebbero visto bene che altri li incitasse a fare il loro dovere. E quando si trattò di mandar telegrammi in Italia esprimenti la devozione delle colonie del Brasile verso la madre patria nell'ora grave, egli si levò su con gli occhi fuori dell'orbita a gridare ciò che nel suo furore, non avendo più la percezione delle proporzioni fra cause ed effetti, realmente credeva, a gridare che si volevano così gettar legna sul fuoco, precipitare gli avvenimenti, che si voleva insomma la guerra. Di fuoco sotto il negror della barba guizzava il segno di Menelik sulla faccia al Tanno, ma il Buondelmonti aveva giurato di non dimenticar mai ciò che il Rummo aveva fatto per lui, e con gli occhi imperiosi frenava l'assalto del Tanno.
Si fecero varie proposte di telegrammi e il Rummo ancora disperatamente ostinato si levò su a sostenere che bisognava aggiungere un augurio come manifestazione del desiderio delle colonie: l'augurio che si potesse scongiurare la guerra nemica della civiltà e del progresso de' popoli. Allora il Buondelmonti scattò in piedi e con voce terribile gridò:
— Perdio, Rummo! Vuoi che dimentichi tutto?
— Fallo! — gridò il Rummo e cieco d'ostinazione e di furore si lanciò dal suo posto per tenergli testa. E il Buondelmonti contro a lui e il Tanno come un mastino. Ma a un tratto il Buondelmonti afferrò il Tanno per le spalle e facendo una ferocissima violenza a se stesso disse:
— No! Non debbo dimenticare!
E tornò al suo posto.
Dopo mezzogiorno, presenti il console e il ministro d'Italia, ci fu adunanza dei notabili della colonia per stabilire il luogo, il prezzo, il modo di distribuire i biglietti la sera dopo per il discorso del Buondelmonti. E anche il Rummo, ormai preso da malefico fascino, non potè far di meno di assistere all'adunanza, ma non fiatò più. Soltanto, dall'angolo dove s'era messo a sedere fissava il Buondelmonti odiandolo come non aveva mai odiato nessuno in vita sua, odiandolo specialmente quando ei parlava. Non poteva tollerarne la voce, nè soprattutto quell'ardore di febbre che aveva negli occhi sotto l'ombra della chioma, perchè gli pareva che dentro di sè esultasse per la speranza della guerra. Il Buondelmonti accennò l'argomento del suo discorso e mentr'ei parlava, pareva al Rummo per via del suo accecamento d'odio e di furore, gli pareva di sentirlo bandir lui stesso la guerra gloriandosene. Il console, il ministro, tutti i notabili pendevano dalle sue labbra, ed egli, il Rummo, dall'angolo lo fissava, l'uccideva con gli occhi appassionati d'odio, perchè era il nemico, l'antagonista, colui che voleva e faceva il contrario e vinceva e si glorificava. Vedeva il Buondelmonti come dentro una fiamma e non poteva levargli gli occhi di dosso, affascinato dall'odio. Il Buondelmonti era le stesse nazioni che schiacciavano lui. Finchè non ne potè più; lasciò la sala, si precipitò all'ufficio del telegrafo, telegrafò agli amici di San Paolo, socialisti ed anarchici, di essere a Rio per la sera dopo perchè bisognava contrapporre una loro affermazione al discorso del Buondelmonti. E poi trasportato dal cattivo genio che aveva preso possesso di lui, corse dal presidente dell'«Operaio Italiano» che da molti anni per motivi di rivalità era irreconciliabile nemico del Tanno, e lo trasse a sè. Trasse a sè altri soci dell'«Operaio Italiano» di cui egli stesso era segretario, dalla sera alla notte e per tutta la notte e tutto il giorno dopo, correndo senza riposarsi mai, ricercò tutte le inimicizie che formicolavano nella colonia e trasse a sè nemici del Berènga e altri di altri e del console e del ministro. Disse che il discorso del Buondelmonti era la manifestazione del mondo ufficiale italiano, dell'autorità e delle alte classi, e che bisognava contrapporgli qualcosa di popolare e di libero. Scese nei bassifondi della colonia, accostò operai sul lavoro per le strade, stuoli d'emigranti sbarcati di fresco e girovaghi ancora senza lavoro, e parlò loro come ai tempi in cui ebbro della lotta di classe, faceva la propaganda in Italia per le città e per le campagne nei recinti notturni e sotto la sferza del sole. Parlò contro i governi che tradiscono la causa del proletariato, contro il militarismo, contro la guerra. Come una colluvie che a un tratto rigurgita, le frasi, le perorazioni, le invettive di cento lontani comizi, uscirono dalle sue labbra per una notte e per un giorno senza sosta. Suscitò, o risuscitò in petti sconosciuti, in un quarto d'ora, la furia della lotta di classe, l'antimilitarismo, il socialismo. La sera, poche ore prima del discorso, giunsero alcuni amici di San Paolo e all'ora debita più di cento partigiani del Rummo movevano alla volta del teatro dove stava per parlare il Buondelmonti. Il Rummo aveva deciso di prender la parola.
Quando giunse al teatro trovò sulla porta gran folla ed essendosi già risapute le intenzioni sue e de' suoi, al suo primo apparir nell'atrio si levarono da più parti rumori ostili. Ma egli non badandovi, trasportato dalla sua furia si difilò verso il palcoscenico dove tra le quinte già stava con gli amici il Buondelmonti il quale visto il Rummo, non salutato, non lo salutò sulle prime; poi accennato agli amici di non muoversi e discostatosi da loro fece alcuni passi verso il Rummo con l'intenzione di parlargli ancora amichevolmente e di pregarlo di non suscitare scandali in quell'ora grave e solenne, per carità di patria. Ma il Rummo drizzando contro di lui la faccia lo fermò con lo sguardo del nemico che non ammette nè conciliazione nè patti. E il Buondelmonti allora gli disse: