Il Buondelmonti incominciò a parlare sul culto degli eroi nazionali nell'età moderna, su Dante, su la lampada votiva che alcune città italiane avevano accesa dinanzi alla sua tomba, sulla magnanima Trieste che era una di quelle città, con altre sorelle dell'Istria e della Dalmazia, figlie dell'Aquila romana e del Leon di San Marco. Alto, giovane, potente, senz'un gesto in mezzo al palcoscenico il Buondelmonti parlava e il pensiero già era balzato dalla sua fronte, quando ancora la parola non era uscita dalle sue labbra. Sul capo il volume della sua chioma gli stava come un casco tirato in avanti e sotto, tutt'il volto gli ardeva. Ma di tanto in tanto la sua voce s'indeboliva ed egli sentiva un po' di dolore al petto, perchè la cicatrice della sua ferita era ancor fresca. Al tempo stesso un'animazione di gioia, più forte d'ogni gioia e d'ogni animazione, ei sentiva dentro di sè, perchè tutti i suoi animi erano in gran moto e uno gli diceva: — Questo dolore ti ricorda il tuo rimorso! — E un altro: — Ma tu ora fai un'opera di riparazione! — Un altro gli ricordava la guerra con parole ardenti. Tutti questi animi gli parlavano insieme, egli non ne distingueva alcuno, ma da tutti levato in una indicibile gioia, non parlava più, sibbene la sua eloquenza era prima per lui medesimo che per gli altri più inebriante d'un canto trionfale. Solo, di tanto in tanto sentiva un po' di dolore al petto dov'era stato ferito per il suo amore; ma il giovane che amava ora la patria più d'ogni altra cosa al mondo, vinceva con la sua gioia il suo dolore.

A un certo punto apparve fuor delle quinte il Rummo con una faccia terribile e dalla sala si levaron subito qua e là mormorii, perchè era questo il segnale per i partigiani di muovere il tumulto. E già i mormorii s'eran fatti più forti, già si levavano voci di protesta, già stava per scoppiare il tumulto e il Rummo già s'avanzava dal fondo del palcoscenico alzando la mano per prender la parola, quand'ecco incontanente sul banco de' giornalisti brasiliani si vide una trepidazione, un foglio passò di mano in mano, Quirino lo ghermì a volo, mandò un grido, si precipitò verso il Buondelmonti. Questi pure, gettati appena gli occhi sul telegramma, mandò un grido e un attimo dopo nel più profondo silenzio di tutto il teatro annunziò:

— La patria è in guerra!

Un urlo non umano uscì da mille e mille petti. Subito fu un silenzio di morte. In mezzo al palcoscenico stava il Rummo, poco discosto dal Buondelmonti, solo. Aveva una faccia terribile, ma stava immoto. Di nuovo il Buondelmonti accennò di voler parlare e fu fatto silenzio.

Ma prima che egli aprisse bocca, un dolore, acutissimo ora, lo morse al punto della ferita. L'immensa anima nazionale con tutti i torrenti delle generazioni s'era precipitata nel suo petto, sforzava le pareti del suo petto. Quando incontanente una gran voce dentro di lui gli gridò:

— Tu puoi creare un segno di ciò che dovrà fare l'Italia per la sua salute! Tu puoi trasformare cento, dieci di questi emigranti in combattenti!

Esultò il Buondelmonti, vittorioso alla fine, e ripreso a parlare aggiunse altre notizie del telegramma e raccontò che in Italia il figliuolo di Garibaldi raccoglieva volontarii, che innumerevole gioventù accorreva a lui, che d'ogni parte del mondo tornavano italiani in patria a prender le armi. Così disse e gridò:

— Chi di voi partirà con me?

Da tutte le parti del teatro si levarono voci:

— Io, io!