E i tre uomini si separarono. Due di essi fecero il giro del monte da parti opposte; il terzo tornò indietro, e a passi frettolosi prese la direzione d’Aggius.
II. Il Gran Tamburo
All’indomani l’alba fu più tarda ad affacciarsi ai colli di Calangianus. Neri nuvoloni correvano il cielo, sospinti da un vento furioso di tramontana.
Era uno degli ultimi giorni di marzo. Le punte del Giugantino, ricoperte di neve, spiccavano nettamente nel cielo nerissimo, il quale somigliava ad un manto funereo steso sulla Gallura.
Lontan lontano udivasi un urlo cupo, prolungato, lamentoso. Pareva l’urlo d’una lupa che chiamasse al covo i lupicini, per metterli al sicuro dalla tempesta imminente, annunziata da un improvviso acquazzone.
Le aguzze creste dei monti d’Aggius — che prima parevano sfidare l’ira degli elementi — erano ad un tratto scomparse sotto una nuvola nera. Avresti detto che sulle punte maledette si covasse un delitto che si voleva nascondere all’occhio degli uomini. Il diavolo si compiace di lavorare nel mistero degli uragani.
Il sole, durante la giornata, non era riuscito a fare uno strappo al denso velo che ricopriva la volta celeste — ma l’orizzonte, a ponente, era solcato da spessissimi lampi. Gli uomini della campagna assicuravano che la sera sarebbe stata uguale al mattino, e la notte assai più tempestosa della sera. Ond’è che ognuno avea curato di mettere in salvo i propri armenti, ritirandoli negli ovili.
Gli aggesi erano rientrati nelle loro case, e si erano rinchiusi per mettersi al sicuro dalla collera di Dio — e da quella degli uomini, più temibile ancora. I bambini si erano rintanati in fondo alle stanze; le vecchie mormoravano una preghiera per gli assenti invocando tutti i santi del paradiso ad ogni lampo che faceva capolino dalle fessure delle porte e delle finestre.
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Attorno a pochi tizzi che fumavano crepitanti sul focolare d’una casetta, posta all’estremità superiore del villaggio, stavano raccolte parecchie persone, componenti una famiglia.