Ma non vi ha libro in Gallura in cui sia registrata la sua morte! Solamente alla pagina 76 del volume III del libro di morti d’Aggius leggesi una memoria, dalla quale risulta; che nel giorno 28 di giugno del 1858, i parenti di Bastiano il muto hanno fatto celebrare le sue esequie, pregando pace all’anima sua. — E null’altro.

Cinque o sei mesi dopo la sparizione, si rinvenne vicino al rigagnolo che solca il Campu di lu tricu, una fiaschetta di polvere legata ad una catenella, che fu riconosciuta appartenente a Bastiano Tansu. È l’unico oggetto che si ha di lui. Si fecero minute ricerche per rinvenire il fucile — ma inutilmente. Esso forse — come il più fedele degli amici — era sceso con lui nel sepolcro.

Molte e curiose versioni corrono sulla bocca dei galluresi a proposito della separazione di Bastiano il muto.

Vi ha chi crede che gli stessi parenti, d’accordo coi nemici, abbiano voluto disfarsi di lui per mettere tregua ai continui dissensi che egli suscitava e di cui erano stanchi. — Altri asseriscono che la morte di Bastiano ha troppo stretti rapporti col terribile dramma svoltosi sulle alture di Petra Màina. Vi ha chi dice che Bastiano era figlio del diavolo, e che il diavolo se l’abbia portato vivo all’inferno. — Altri invece, vorrebbe, che Bastiano non sia morto, ma che siasi rifugiato in qualche segreta spelonca della Gallura o della Corsica, dove vive misteriosamente, facendo penitenza dei suoi peccati. Qualcuno, infine è di parere che Bastiano non sia caduto vittima dell’odio altrui ma che, stanco della vita, abbia cercato la morte in qualche inaccessibile scogliera del litorale, o sul monte della Crocetta. Calatosi in uno del profondi crepacci che circondano il gran tamburo, e inconsolabile perchè nessuna donna lo aveva baciato, forse Bastiano chiese l’ultimo bacio d’amore alla bocca infuocata del suo fucile.

Ad ogni modo — o assassinato, o suicida — non è improbabile che il muto abbia cercato la morte perchè stanco della vita.

Chi lo sa? Quest’ultima versione — che in generale è la meno accettata — potrebbe avere ancor essa un fondo storico. Certo è che ad una sola donna in Gallura non è forse ignoto il giorno della sparizione del muto — e questa donna è Gavina. E perchè il lettore porti il suo giudizio sul curioso fatto riepilogherò brevemente l’accaduto nello stazzo dell’Avru, dopo la morte di Anton Stefano.

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Fin dal giorno in cui Anton Stefano cadeva vittima della ferocia del muto, il buon umore e la tranquillità erano spariti dallo stazzo dell’Avru. La morte del buon vecchio doveva per fermo apportare un notevole cambiamento negli affari e nelle abitudini della famigliuola. Dalla mattina alla sera le cose presero un diverso indirizzo. Alla gioia ed al cicaleccio espansivo che regnavano nello stazzo, erano sottentrati il dolore ed il silenzio — al riso schietto ed agli scherzi innocenti erano succeduti i pianti e la malinconia.

Morto Anton Stefano, la vedova capì subito che doveva far calcolo sull’attività e sull’affetto di Giuseppe destinato a far parte della famiglia; ed in questa lusinga raddoppiò di cure e di attenzioni verso il volenteroso giovine, il quale si addossò l’incarico di sistemare gli interessi della piccola azienda, cui le donne, per recente sciagura, non erano in grado di pensare.

Non è a dire quale impressione avesse prodotto in Gavina la morte del padre. Oltre il dolore per la perdita dell’autore de’ suoi giorni, ella provava una viva inquietudine, ritenendo se stessa come unica causa della catastrofe avvenuta nell’Avru. Non poteva soffocare la voce misteriosa che l’accusava quasi di parricidio. Chi mai le avrebbe detto che l’affetto nutrito per il muto doveva costarle la morte del genitore?