Entrambe piansero, senza darsene ragione. Erano vivamente commosse.

La sposa si accostò al fratello, e dopo averlo accarezzato gli disse:

— Sei stanco, povero Michele? Va dunque a letto, e riposa.

Il fanciullo rispose mestamente.

— Lo so: Mariangiola. D’ora innanzi non avrò più le tue carezze. Il babbo caccia di casa la nostra colomba per darla ad uno sconosciuto!

Al muto non si accostò alcuno. La comitiva cominciava già a sfilare, ed egli era sempre là, vicino alla finestra, cogli occhi a terra e colle braccia sul petto.

Il vecchio Mamia gli battè infine sulla spalla, per dirgli coi cenni che rimaneva solo.

Il muto lo ringraziò; e accennando col dito alle sue orecchie sorde, gli fece capire che non si era mosso perchè non aveva sentito le pedate della gente. Mandò quindi un rantolo cupo per esprimere un ringraziamento ed un saluto; ed uscì dallo stazzo per accompagnare suo cugino Pietro Vasa.

I pastori degli stazzi di Vignola si presentarono alla soglia dei loro abituri per salutare lo sposo e il suo seguito che si dirigeva alla Trinità d’Agultu.

E così terminò la bella giornata di maggio, e la cerimonia dell’abbraccio che doveva lasciare un indelebile ricordo nell’animo dei Vasa e dei Mamia.