Il Vasa tornò alla campagna, e per altri otto mesi non se ne fece niente. Gli odi e le uccisioni ripresero il loro corso.

Ma ciò che non potè il governo, lo potè infine la religione. Il Rettore d’Aggius, Leonardo Sechi — oggi vicario di Tempio — si prese l’incarico di ridurre alla ragione quelle belve. Egli era molto amato in paese, e godeva a buon diritto la fiducia generale; era stato lui che aveva favorito la cerimonia dell’abbraccio: lui ch’era stato fra gli arbitri nelle diverse questioni sorte fra i Vasa e i Mamia; lui infine, a cui i due partiti avevano fatto le più segrete confidenze. Di comune accordo colle persone più saggie ed influenti del paese, e col concorso di Raimondo Orrù (Intendente di Tempio, succeduto al Conte) il Rettore riuscì a persuadere le due fazioni dei Vasa e dei Mamia a riconciliarsi. I principali capi delle due famiglie nemiche si recarono a Tempio muniti di salvacondotto, e furono presi i necessari accordi per la cerimonia delle paci. E ciò avvalora le parole rivolte dal Re Carlo Alberto al Padre Bresciani: valere, cioè in Sardegna, più una dozzina di buoni missionari, che dieci reggimenti di soldati.

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Eppure, poco mancò che le paci non andassero a monte per la seconda volta. Altre contestazioni, all’ultimora, sorsero fra le due famiglie avversarie. Michele Pileri (che capitanava la fazione Mamia dopo la morte del capo) non voleva che sulla spianata di S. Sebastiano, insieme agli altri, si schierassero due parenti di Pietro Vasa, non compromessi con la giustizia a causa della fazione, bensì come sicari, avendo essi assassinato un uomo mediante compenso. Il Vasa, dal suo canto, rifiutava recisamente di accettare le paci, se non intervenivano alla cerimonia i due coniugi che si volevano scartare. Così almeno, fu trattato e questo prova l’onestà e la fierezza di quei galluresi: i quali, pur acciecati da un odio implacabile, sdegnavano di aver a fianco chi si era macchiato di sangue umano per ingordigia di denaro, non per scopo di vendetta.

Il momento era decisivo: trattavasi di oltre cinquecento persone compromesse, già radunate in un luogo stabilito per intendersi sulle paci; trattavasi, che ciascuna delle due fazioni teneva pronti, in piede di battaglia, quattordici uomini scelti che all’occasione potevano fare una strage; trattavasi, infine, del pericolo di rendere inutili le pratiche fatte per indurre gli avversari ad un accordo che doveva apportare la pace e la tranquillità nella Gallura.

E la buona riuscita di questa conciliazione si deve in gran parte al giudice d’Aggius Celestino Concas, che incaricato dall’intendente Orrù, e venuto a colloquio co’ nemici, fece sì che Pietro Vasa rinunziasse alla presenza dei suoi due parenti sul campo di S. Sebastiano — col patto però, che le paci con essi si sarebbero stabilite più tardi, nella chiesa di S. Francesco.

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Il 26 maggio 1856 fu un giorno memorabile per la Gallura.

Nel famoso campo di S. Sebastiano — quasi alle porte della città di Tempio — fin dall’alba accorrevano a frotte uomini e donne dai vicini villaggi e dalla campagna. Erano famiglie intiere dell’una e dell’altra fazione, che convenivano là per la sospirata pace. Gli avversari volevano darsi il bacio del perdono, alla presenza di un ministro che avrebbe loro parlato la parola di Cristo.

Era il mese di maggio. Sette anni precisi dal giorno dell’abbraccio, che aveva avuto luogo nello stazzo Giunchicchia nel 1849.