Bisognava vedere, con quale affetto e con quanta premura il muto offriva i suoi servigi alla Gavina, per sbrigare le faccende domestiche! Egli l’aiutava spesso a fare il bucato; a trasportar l’acqua dalla fontana dei Frassiggioli;[23] a sciorinar la biancheria, e a raccogliere le patate o i fagioli dal piccolo orticello ch’era stato posto sotto la sua diretta sorveglianza.

Talvolta il muto, quando da lontano vedeva la bella fanciulla venir giù dalla collina col fascetto della legna, le andava incontro premurosamente, le toglieva dal capo quell’impiccio, e se lo caricava sulle spalle, facendo intendere a lei che quei rami secchi le scomponevano i capelli sulla fronte. La Gavina batteva le mani con vezzo infantile, e rideva come matta nel guardare quel fiero bandito, terrore della Gallura, venir giù tutto umile, portando la legna sulle spalle e il fucile sotto il braccio; e mentre rideva, gettava uno sguardo alla campagna circostante, per vedere se l’arma benemerita non tendesse un’insidia al suo fedelissimo servitore, il quale aveva le mani occupate.

Certe sere se ne andavano tutti e due nelle vicine siepi per cogliere quà e là il frutto del mirto, i corbezzoli, o le belle more selvatiche. Il muto si cacciava nel fitto dei cespugli sfidando le spine: la Gavina se ne stava tranquillamente in basso col mento all’aria e col grembiale teso, ricevendo le more che il muto gettava, e ridendo a scroscio quando il suo compagno si pungeva le dita coi lunghi rami spinosi. In fondo al cuore, però sentiva un’affettuosa riconoscenza per quell’infelice che le risparmiava tante fatiche, e che molte volte le dava a tenere il fucile, quasi volesse dirle che poneva nelle sue mani la propria libertà, la propria vita!

Colte le more tornavano allo stazzo. Gavina andava innanzi canterellando come una capinera — e lui le teneva dietro con gli occhi a terra mesto, meditabondo: fiero leone del deserto, seguiva tutto docile la sua snella cerviotta della collina.

La mamma e le sorelle, che lavoravano all’uscio di casa, ridevano a crepapelle vedendo comparire quei due matti; e mentre la Gavina correva dall’una all’altra tirando i due lembi del grembiule, per mostrare loro l’abbondante raccolto, tutti le davan la baia:

— Te la fortunata ch’hai trovato il tuo cane!

— Non ti lascia proprio far nulla! A noi non tocca altrettanto!

— Quello scimunito ti sta abituando a far la signorina!

La Gavina sorrideva con un certo orgoglio, e si compiaceva dei motteggi cui era fatta segno dalle sorelle. Il muto però non udiva, nè immaginava il senso irrisorio dei discorsi; perocchè le furbe donnette avevano l’avvertenza di parlare col capo chino, senza gesti e tutte serie, per non lasciargli indovinare la loro opinione a suo riguardo.

Arrivato allo stazzo, Bastiano si rimetteva al lavoro; ora faceva il falegname, il sarto, il calzolaio, ed ora l’incisore: molto spesso si cacciava nell’orticello, sua cura prediletta, e zappava di buona voglia, sicuro di guadagnarsi sempre più le simpatie e la benevolenza della famiglia.