— Dimmi almeno che....
Un grido della fanciulla, interruppe la frase del giovine il quale vide la cugina arrossire fin nel bianco degli occhi, e prendere la corsa verso lo stazzo.
Meravigliato di un tal contegno, Giuseppe seguì con gli occhi la cugina che si allontanava; e nel voltarsi notò il muto dietro l’opposto muro di cinta.
Giuseppe andò incontro a Bastiano con un cordiale sorriso; e nella presenza dell’importuno credette aver trovata la causa, della scomparsa di Gavina. Fin’allora egli aveva ignorato le intenzioni del muto, perchè le donne si erano ben guardate di palesare a Giuseppe lo scherzo innocente fatto a quel disgraziato.
Giuseppe salutò col capo Bastiano; ma, distratto com’era non si avvide del feroce sorriso che errava sulle labbra della belva gelosa; la quale da qualche tempo si era accorta del sentimento che nutriva il suo rivale per la figlia di Anton Stefano.
Quella sera Giuseppe aveva preso la risoluzione di tradurre in atto il suo progetto. Si era proposto di prender moglie, nè voleva più oltre indugiare nel far la domanda ai genitori della cugina.
VIII. La domanda di matrimonio
Anton Stefano aveva terminato il suo pranzo frugale; e se ne stava, al solito, sdraiato sotto un elce che trovavasi sotto il riparo di un macigno, a breve distanza dallo stazzo.
Giuseppe, arrivato nel momento all’Avru, senza neppur salutare le donne, si era incamminato verso il pastore, e gli sedette al fianco. Dopo avergli dato il buon giorno, prese addirittura a entrare nell’argomento.
— Anton Stefano, voi avete notato da qualche tempo la frequenza delle mie visite al vostro stazzo; e son persuaso che avrete chiesto a voi stesso la ragione della mia premura insolita nel salutare la vostra famiglia.