E la Gavina, muta ai rimproveri delle sorelle, non faceva che sospirare e piangere.
— Zoticona — le diceva il babbo — chi ti ha insegnato simili villanie in casa mia? Non si può, dunque più scherzare? Guai a te se non cambi maniera con Giuseppe!
E Gavina piangeva come una bambina, e non sapeva rispondere. Si ritirava nella stanza da letto, e là dava sfogo alle sue lagrime.
Un giorno si trovava sola nell’orticello, intenta a cogliere i fagiolini, udì uno stropiccio di passi, e vide a sè dinanzi Giuseppe. Gavina tremava come foglia, e si fe’ bianca come un pannolino di bucato.
— E perchè tanta paura quando io ti parlo? Che mai ti ho fatto, o Gavina, perchè tu mi tratti in tal guisa? Ti sei forse offesa perchè ti ho detto di volerti bene? Le mie intenzioni sono oneste, ed è mio divisamento di chiederti in moglie al babbo. Ti dispiacerebbe dunque ch’io ti conducessi meco, per formare una famiglia? — Ebbene — dimmi francamente che ti sono antipatico, ed io partirò subito, giurandoti di mai più rivederti.
Vi era tanto affetto e tanto dolore nell’accento di Giuseppe che Gavina ne fu vivamente commossa.
— Giuseppe — gli rispose — no; non mi sei antipatico; non mi sono offesa delle tue dichiarazioni, nè avrò mai a male le parole di colui, col quale ho passato la parte più bella della mia fanciullezza. Ma....
— Ma?....
— Ma, per ora lasciami in pace — non interrogarmi....
Più tardi, forse, ti dirò tutto....