Le sorelle maggiori e la madre erano ben lontane dall’immaginare quanto Gavina volesse bene a quell’infelice. Se lo avessero immaginato, forse non avrebbero incoraggiato nel muto la speranza d’esser corrisposto — non avrebbero concessa tanta libertà alla giovinetta, con la convinzione che la bruttezza del muto e le sue imperfezioni fisiche, fossero una garanzia sufficiente per allontanare l’amore. Dinanzi a quel deforme, una fanciulla non poteva temer pericoli — il cuore non poteva aver palpiti — la carne non poteva aver desideri!

Dunque la madre credeva in buona fede di non mancare al suo dovere, permettendo alla figlia i lunghi colloqui da solo a sola col muto. Bastiano non era un uomo, non era una tentazione, non era un pericolo: — era un aborto della natura. Bisognava solo guardarsene come un cane ringhioso che all’occasione poteva mordere — null’altro. Tutta la prudenza non consisteva che nell’accarezzarlo — ecco tutto!

Abbiamo detto che Gavina si era imposta il sacrificio di amare e proteggere il muto; ma bisogna aggiungere, che, quando ciò prefiggeva, ella non aveva ancora veduto il cugino; o, meglio, non aveva da vicino apprezzato le belle doti di quell’uomo che le aveva parlato di amore con una parola calda, melodiosa, affascinante. Giurò a se stessa, in buona fede — ma fu imprudenza, perchè non considerò che il domani è nelle mani di Dio, e che è pericoloso per una fanciulla di sedici anni star vicino ad un uomo di trenta — anche quando è sordo e muto!

Fatto sta che, agitata da due opposti sentimenti, e spaventata dalla lotta che s’impegnava nella sua anima, Gavina da un mese viveva una vita d’inferno. Le sue veglie erano piene di angoscie e di paure — i suoi sonni turbati da cento fantasmi.

In mezzo alle lotte disperate, quella debole creatura trovò le forze di prendere una ferma risoluzione: — fuggire Giuseppe. Gavina voleva essere come Bastiano — sorda ad ogni parola, muta ad ogni preghiera.

Bastava ch’ella vedesse il cugino, perchè si desse alla fuga; bastava udisse la voce di Giuseppe perchè impallidisse, si turbasse, e sospendesse ogni faccenda domestica.

Ogni parola la faceva trasalire — ogni suono la faceva fremere. Tendeva paurosamente l’orecchio ad ogni rumore, e bastava il gemito del vento perchè il suo cuore accelerasse i palpiti. Era capace di piantare bruscamente la comitiva con un futile pretesto, se sentiva le pedate, o la voce di Giuseppe che arrivava allo stazzo. Che più? si era persino ridotta a fargli degli sgarbi.

Il contegno della Gavina non tardò a impressionare seriamente la famiglia. I suoi modi poco urbani non facevano che compromettere la pace domestica, minacciando anche di provocare spiacevoli conseguenze, tenuto conto del carattere irritabile dei galluresi.

La vecchia colse più volte occasione per rimproverare la figlia; e giunse persino a minacciarla. Il padre la sgridò severamente, e le sorelle non facevano che maltrattarla dal mattino alla sera.

— Perchè simili smorfie? — le dicevano. — Che ti ha fatto Giuseppe? La più bella e la più ricca fanciulla di Gallura si chiamerebbe ben fortunata delle gentilezze di tuo cugino: e tu lo tratti in tal modo? A lui sempre il broncio e al muto tutte le attenzioni: Giuseppe sempre disprezzato — e quel sordone, quel bandito, quel mostro, sempre oggetto delle tue carezze. Va! sei pure la sciocca e la gran capricciosa! Ma già! Dio dà sempre il pane a chi non ha denti!