Queste considerazioni bastarono per farla star in guardia contro gli assalti del cugino, consigliandola a ridere con più schiettezza alle celie, ed alle dichiarazioni del nuovo innamorato, come se li considerasse un semplice scherzo permesso dalla stretta parentela.

Il riso è per le donne un’arma potente per tener a bada un uomo, senza esporsi al pericolo delle rampogne o di uno spiacevole sgarbo. Una donna che facilmente ride ad ogni complimento, si capisce assai poco; ma se Giuseppe capiva pochissimo la Gavina, capiva abbastanza per persuadersi che non gli era antipatico; ciò che bastava per non scoraggiarlo. Il resto sarebbe venuto in seguito. Pel momento gli era sufficiente quell’affezione, la quale, unita alla autorità paterna, poteva procurargli la moglie ch’egli aveva sognata, e in seguito le braccia necessarie alla coltivazione delle sue terre.

Giuseppe, intanto, si diede a valersi di tutto il suo ascendente sopra i vecchi genitori di Gavina, per strappar loro un consenso, che non poteva mancargli.

E da quindici giorni aveva incominciata la sua opera, con una pazienza e con una tenacità che provavano il suo amore per la giovinetta e il suo fermo proposito di piantar su casa, ed una famigliuola ammodo.

La Gavina, che vedeva inutili tutte le sue astuzie per scongiurare gli assalti del cugino, credette premunirsi contro le insidie pensando con più intensità al muto; e sperava di trovare motivo ad un rifiuto — vincolando la sua coscienza ad una promessa di fedeltà, che, in fondo in fondo, non aveva mai fatta. L’ingenua fanciulla aveva dimenticato che Bastiano era sordo e muto — vale a dire, che non aveva potuto svelare a lei il suo amore, e che da lei non aveva potuto udire una sola parola che lo autorizzasse a rimproverarle la mancata fede.

Giuseppe non aveva per anco esternato allo zio ed alla zia le sue intenzioni riguardo alla loro figliuola; egli rimandava di giorno in giorno la sua domanda di matrimonio; ma intanto, in quei giorni, aveva finito per innamorarsi pazzamente della cugina, tanto da diventare frenetico. Il lungo aspettare è per l’amante sempre fastidioso, e non fa che accrescere il desiderio del possesso. Si era così verificato; chè la Gavina, col suo ritegno, non aveva fatto che pregiudicare i propri disegni.

Se però Anton Stefano non immaginava le ragioni delle frequenti visite del nipote ben lo avevano immaginato la madre e le sorelle di Gavina: quella con una certa soddisfazione per il partito vantaggioso che si presentava alla figlia, e queste con una certa invidia dispettosa, per la fortuna che toccava sempre alla sorella minore.

Giuseppe aveva sul muto molti vantaggi: e fra gli altri ne aveva due che a una donna non potevano tornare discari: la leggiadrìa delle forme e il fascino della parola. Questi due vantaggi non potevano sfuggire alla graziosa figlia di Anton Stefano. Essa non poteva necessariamente stabilire confronti fra la figura simpatica ed aperta di Giuseppe, ed il volto accigliato e chiuso di Bastiano. Doveva senza pur vederlo — paragonare l’eterno silenzio che regnava intorno al muto, con la voce argentina e insinuante del cugino. Per quanto dagli occhi e dai lineamenti di Bastiano sfavillassero i pensieri che turbavano quell’anima irrequieta e misteriosa, pure tutto ciò era al disotto del fascino che esercitava la parola di Giuseppe, sempre ardente, armoniosa, irresistibile. Il cugino manifestava con poche parole, ciò che il muto non riusciva ad esprimere con un mondo di gesti e di suoni indistinti. D’altra parte, il linguaggio di Bastiano era limitato: pochi segni e pochi rantoli che rivelavano le sue sensazioni, più che i suoi sentimenti. Quelle labbra, quasi condannate all’immobilità, non avevano ricchezze di suoni. Il vocabolario del muto era povero, circoscritto — ristretto ai più urgenti bisogni della vita; e per quanto Gavina fosse addentro nei misteri di quell’anima tribolata, tuttavia non poteva percepire tutti i pensieri del muto; non poteva, dirò così, afferrare tutte le sfumature del sentimento che traboccava da quel cuore. Molte cose la fanciulla non capiva — e se fingeva capirle, ciò faceva per non affliggere il muto, il quale diventava furioso quando si accorgeva che mal si spiegava, o che non veniva compreso.

Vi era di più: il muto nell’impeto della passione, era orribile a vedersi, e destava quasi ribrezzo. La sua fisonomia si trasfigurava, le sue nari si dilatavano, le sue labbra si contraevano mandando suoni striduli, e gutturali, che non sapevano d’umano. Come le belve non aveva che suoni inarticolati.

Il muto era una creatura imperfetta — e Gavina lo sapeva. Essa era legata a lui da una profonda pietà — dal melanconico affetto che sentono le anime gentili per gli sventurati. Lo amava per le sue imperfezioni fisiche, per la sciagura da cui era stato colpito, per la sua vita errante e tribolata, per la convinzione che, senza di lei, tutti lo avrebbero odiato. Gavina voleva compiere la sua opera di redenzione; si era quasi votata a quella santa missione; si era prefissa un’opera di misericordia; si era imposto un sacrificio che voleva compiere ad ogni costo, anche a prezzo della propria felicità. Non era essa padrona del suo cuore e delle sue azioni? Chi poteva proibirle di amare e di proteggere uno sventurato?