Giuseppe, parente di Anton Stefano, possidente di terre e di bestiami, da qualche tempo visitava con frequenza lo stazzo dell’Avru; e più volte s’era trovato col muto, ch’egli già conosceva per la trista fama che aveva acquistato nelle inimicizie dei Vasa coi Mamia.

Le visite di Giuseppe, prima rarissime, e ormai troppo frequenti, dovevano per certo avere una causa — e la causa c’era e si può di leggeri indovinare quando si consideri che Giuseppe era un bel giovine di vent’otto anni, e che nell’Avru abitava una bella cugina di sedici.

Una sera, Giuseppe, mentre trovavasi nello stazzo dello zio, si era messo a meditare sui propri casi, e si era persuaso ch’era ormai tempo di mettere su testa e casa; che la vita di scapolo a lungo andare viene a noia; e che era cosa saggia formare una famiglia per dividere coi propri figli quel po’ di fortuna che il buon Dio gli aveva concesso. Pensò che ancora era giovine; che con gli anni le forze mancano, e che è una grave sventura non aver molte braccia per lavorare le proprie terre.

E così ragionando, volse lo sguardo in giro, e i suoi occhi si fermarono per caso sulla cuginetta che faceva la calza sul limitare dell’uscio.

Guardate combinazione! per la prima volta soltanto si accorgeva, che la cuginetta, che per tanti anni egli aveva considerata come una bambina, si era fatta grande, belloccia, e buona padrona di casa.

Da quel giorno Giuseppe frequentò con più assiduità lo stazzo dello zio, e trascurò alquanto le sue faccende. Seduto in mezzo alla famiglia di Anton Stefano, egli raccontava qualche storiella, inventava burlette, e cercava tutti i modi possibili per entrare poco per volta nelle grazie della Gavina, la quale lo ascoltava con piacere, e faceva le grosse risate ai motti di spirito del galante cugino.

Dico entrare nelle grazie, poichè nei matrimoni sardi il volere dei genitori è sacro, e la volontà della donna è quasi sempre sottomessa all’autorità paterna. L’ottenere però le grazie di una fanciulla è già la metà dell’opera — e Giuseppe queste cose le sapeva.

La Gavina, in su le prime, prese gli scherzi di Giuseppe come si prendono i complimenti dei congiunti: con un po’ di riso, un po’ di celia, e molta compiacenza. I cugini innamorati hanno però un sopravvento sopra gli altri mortali: avendo vissuto insieme alle cugine, ne conoscono meglio i capricci e le debolezze, i pregi e i difetti; quindi, volendo spiegarsi vanno per la via più breve, e arrivano più presto all’intento. Aggiungete a questo la maggior fiducia e libertà che loro si concede dai parenti, e vi convincerete che ho tutte le ragioni del mondo per farmi forte di questa asserzione.

Quando però la Gavina si avvide che il cugino andava troppo oltre nelle celie, e che le sue occhiate erano troppo significanti, pensò bene di ritirarsi un po’ indietro e di opporre un po’ di ritegno alle scappatelle dell’innamorato. Il cugino, che diventava amante cessa per diritto d’essere parente; e non è più ammesso nei segreti di gabinetto, finchè il prete non gli conceda la benedizione nuziale.

Il primo pensiero di Gavina, non appena si accorse delle intenzioni del cugino, fu il muto; il suo primo sentimento fu una ripulsa netta, decisa, inesorabile. Che avrebbe pensato Bastiano della sua perfidia? Come avrebbe potuto vivere senza di lei? Chi si sarebbe più curato di quel reietto dagli uomini e da Dio, di quell’infelice deriso dalla natura e bersagliato dalla umana giustizia?