Il muto fissò alquanto la vecchia, senza capire; ma in seguito i suoi occhi sfavillavano di contentezza, volendo dare un significato troppo benevolo a quella prima dichiarazione.
La vecchia, sempre coi gesti continuò a fargli capire, che fin’allora avevano con lui scherzato a proposito della figliuola — autorizzati a far ciò dalla piena confidenza che accorda l’amicizia ma che era tempo ormai di regolarsi perchè si trattava di cosa seria. Essi — i genitori — non potevan più oltre tollerare un’intimità che, sotto molti rapporti, poteva pregiudicare la loro figliuola.
Quantunque la madre s’ingegnasse di far capire al muto simile proponimento con gesti abbastanza espliciti, perchè abituata da qualche tempo a conversar con lui; e quantunque il muto fosse abituato a comprendere i gesti della famiglia di Anton Stefano, pure quella sera pareva nulla comprendere: forse perchè troppo lontano dalla crudele disillusione che gli si preparava. Egli stava con la bocca e gli occhi spalancati, cercando quasi di raccogliere tutti i pensieri che per mezzo di segni gli manifestava la vecchia. Capiva solo che qualche sciagura gli sovrastava, poichè la fisonomia di quella donna era chiusa, e Anton Stefano non osava neppure levar gli occhi sopra di lui, lasciando tutta la responsabilità del messaggio alla moglie.
La vecchia, però, aveva pensato a tutto; e vedendo che co’ segni non raggiungeva lo scopo, tolse lentamente di tasca una scatolina di cartone, e la consegnò al muto.
Quegli l’aprì, vide i suoi orecchini, impallidì e mandò un urlo.
Aveva tutto compreso. Ritto in piedi, chiedeva spiegazione con gli occhi, con la bocca e con tutta la persona.
La vecchia gli fe’ intendere che Gavina non poteva più ritenere presso di sè quegli oggetti.
— Per qual motivo?
— Perchè la comprometterebbero.
— Ma perchè allora accettarli? — fe’ intendere il muto.