O misteri, o contradizioni del cuore! Come potè questo signor De Guibert, in un sol giorno, contrabbilanciare nel cuore di una donna innamorata, e naturalmente buona e sincera come la Lespinasse, l’amore che essa provava per il signor De Mora, lontano, fedele e sofferente? Questo Guibert che non era altro che un fortunato ambizioso, di una immensa vanità e di un mediocre ingegno; autore di opuscoli militari che fecero un certo rumore; adulato adulatori delle celebrità contemporanee; uomo di un carattere comune, e qualche volta anche volgare! Eppure il fortunato ufficiale fece dimenticare a una donna come la Lespinasse un uomo come il signor De Mora; le fece disprezzare i teneri sentimenti di un D’Alembert.... e dopo l’agonia della povera Giulia, morta d’amore per lui, egli seppe ispirare i primi sentimenti d’amore alla figlia di Necker, e fa parlare anche oggi di sè, grazie ai nomi famosi della Lespinasse e di madama di Staël.
Era passato appena un anno dal giorno della fatale visita a Moulin-Joli, e la passione di Giulia per il signor De Guibert aveva trionfato, dopo strazianti contrasti, di ogni dovere, d’ogni rimorso, d’ogni pietà. E il signor De Mora, fortunatamente ignaro della infedeltà di lei, moriva quasi improvvisamente a Bordeaux.
Qui comincia la storia straziante, il dramma interno continuo, che conduce alla inevitabile catastrofe. Notiamo le gradazioni di questo fatale crescendo nelle Lettere che ci rimangono della infelicissima donna. Il gemito di Eloisa, il grido di Fedra, il delirio di Saffo si alternano in queste Lettere veramente uniche, e che sembrano bruciare la pagina....
Maraviglia, dolce commozione, dubbio, rimorsi, contrasto e lotta, debolezza e abbandono, trionfo dispotico della passione, estasi e spasimi, amari disinganni, sforzi inutili per guarire, gelosia, umiliazioni, abbattimento fisico e morale, delirio, agonia e morte — sono le fasi che percorre questa tragedia d’un’anima.
III
Nelle Lettere di M.lle de Lespinasse è una volta chiaramente indicato, e più volte indirettamente accennato, il giorno nel quale la passione, più forte d’ogni altro sentimento, la gettò nelle braccia del nuovo amante. Il 10 febbraio 1774, così essa scrive al signor De Guibert: «Minuit sonne; mon ami, je viens d’être frappée d’un souvenir qui glace mon sang. C’est le 10 février de l’année dernière que je fus énivrée d’un poison dont l’effet dure encore. Dans cet instant même, il altère la circulation de mon sang: il le porte à mon cœur avec plus de violence. Hélas! Par quelle fatalité faut-il que le sentiment du plasir le plus vif et le plus doux soit lié au malheur le plus accablant?... Je me sens entraînée vers vous par un charme que j’abhorre, mais qui a le pouvoir de la malédiction et de la fatalité.» E segue dicendo che il fantasma vendicatore del signor De Mora la perseguita, e non le dà un’ora di pace.... per poi concludere: «Je vous attends, je vous aime, je voudrais être toute à vous, et mourir après.» Il giorno dopo gli scrive una lettera di fuoco in cui sembra domandargli perdono dei suoi rimorsi, e gli parla con una sottomissione da bambina tremante, e finisce: «Je vous aime comme il faut aimer, avec excès, avec folie, transport et désespoir.» Negli ultimi giorni del 1774 gli scrive un biglietto di un rigo che si direbbe l’epilogo di tutte le sue lettere. È datato de tous les instants de ma vie, e dice così: «Mon ami; je souffre, je vous aime, et je vous attends.» Essa gli rivela giornalmente ogni suo sentimento, ogni suo pensiero, e gli confessa: «Je ne crois m’assurer la propriété de mes pensées, qu’en vous les communiant.» Chiude la porta alle visite, non vuol più ricevere ne D’Alembert, nè Diderot, quando il signor De Guibert è assente da Parigi, e passa le giornate intere a scrivergli, o a sognare, da desta, di lui: le sere d’estate, sola, senza aprire un libro, senza accendere il lume, assisa presso la finestra, passa delle ore felici a pensare a lui, a lui sempre, a lui solamente....
L’amore fu tutto per lei. E dall’altezza eroica a cui la esaltò la passione, misurava e giudicava con ironica pietà la vanità e la piccolezza di tutto quel che più agita il mondo: la gloria, la politica, le accademie, i teatri, le mode, i salons. Tutto le divenne a un tratto supremamente indifferente, e stupiva di essersi tanto preoccupata finora di simili nulla....
IV
Da quest’estasi la riscosse un colpo di fulmine. Il signor De Guibert prese moglie; una giovinetta di diciott’anni; un matrimonio di convenienza, dove il cuore non era compromesso.... (così tenta di farle credere). Essa sulle prime gli scrive lettere di nobile risentimento e di amaro rimprovero. In una lettera del 15 ottobre 1775 gli dice: «Le coup dont vous m’avez frappée a atteint mon âme, et mon corps y succombe. Je le sens; je ne veux ni vous effrayer, ni vous intéresser; mais je sens que j’en meurs: (e non eran frasi!) même en supposant l’impossible, que vous redevinssiez libre, et que vous fussiez pour moi ce que j’avais désiré, il serait trop tard.... mais je vous pardonne; dans peu tout sera égal.» E quando egli ipocritamente osò darle consigli di saggezza e di prudenza, e parlarle di morale, gli rispose con queste parole, dove freme tutta l’indignazione della donna ingannata: «Ne prenez pas l’envie de me faire la victime de votre morale, après m’avoir fait celle de votre légèreté.» E quando egli mendicava pretesti, e voleva dare spiegazioni di impegni antecedenti ecc., essa gli rispondeva: «Sauvons les détails: quand une fois le fil de la vérité a été rompu, il ne faut pas le rajouter; cela va toujours mal.» Seppe poi che da un pezzo egli era fidanzato alla giovine che sposò: eppure non le riuscì di troncare la corrispondenza e guarire. Egli crudelmente le manteneva aperta la ferita con lunghe lettere dove simulava l’accento dell’amore. E l’infelice era troppo interessata a crederlo vero!
Avea però dei rari momenti di riflessione, dei lucidi intervalli, nei quali le cadeva la benda dagli occhi, e allora provava una gran pietà di sè stessa e piangeva: piangeva per delle ore, con lacrime abbondanti, incessanti, che le facevan bene, la sollevavano, come un diluvio d’estate che alleggerisce e purifica l’aria diventata afosa e irrespirabile. In quei momenti vedeva a nudo la vanità artificiosa, la leggerezza, la nullità dell’uomo a cui avea consacrato inutilmente tesori di affetto, la pace, la riputazione, l’ingegno, la salute, la vita; e ripensava al signor De Mora, e si sentiva colpevole, e provava un’acre voluttà nel suo pianto, riguardandolo come espiazione del suo tradimento.