In uno di questi giorni, avendole il signor De Guibert scritta una lettera in cui la umiliava con crudeli parole, essa gli rispose così: «Quoi! j’ai été aimée de M^r De Mora, j’ai été l’objet de la passion de l’âme la plus noble, la plus grande, et vous voudriez m’humilier? Ah! laissez-moi à mes remords: ils m’anéantissent....»

Eppure, poche settimane dopo, è la prima a riscrivergli: a scusarsi, a mendicare una parola d’amore, a tentare di impietosirlo descrivendogli le sue orribili notti d’insonnia, di tosse, di febbre, di disperazione. Gli promette di non annoiarlo più coi rimproveri.... gli chiede (essa a lui!) compatimento e perdono.... «Ne m’aimez pas, mais souffrez que je vous aime toujours!» E con la mano ardente di quella febbre che la conduceva a passi precipitati alla tomba, aggiungeva: «Les battements de mon cœur, les pulsations de mon pouls, ma respiration, tout cela n’est plus en moi que l’effet de la passion.»

Questo veleno, questo filtro di Medea, la consumava visibilmente. Era diventata uno spettro. E spesso si tratteneva davanti allo specchio, guardando come istupidita, con lunghi sguardi di compassione, le sue povere gote incavate, le sue magre braccia; e pensava a lui giovane, bello, pieno di salute, sorridente nella sua elegante uniforme di colonnello, al braccio della giovane sposa.... Allora dava in uno di quegli scoppi di risa che si odon soltanto quando si passa vicino ad un manicomio.

V

Quest’agonia della infelice Giulia fu spaventosa e lenta. Durò quasi tre anni. L’intensità dell’angoscia era talvolta sì grande, che essa ricorreva all’oppio per ottenere qualche ora di tregua, per dormire un poco, per non pensare a lui. L’oppio e la musica furono i suoi unici sollievi. Quando andava a sentir l’Orfeo, le note elegìache di Gluck, l’aria famosa J’ai perdu mon Eurydice, le facevan versar dolci lagrime: le pareva allora di essere soavemente rassegnata al suo fato, le pareva possibile di morire in pace.

Ma bastava una lettera di lui, un ricordo, un nulla, per rimetterle l’inferno nell’anima, per farla delirare di nuovo. La gelosia la torturava con la fisica rappresentazione di voluttà coniugali che le parevan rubate, rubate a lei; e si sentiva agitata da smanie intollerabili. La gelosia le fulminava nel cuore, feroce e incessante, come le pulsazioni spasmodiche di un tumore o di un dente cariato; e allora, delirante, fuori di sè, raddoppiava le dosi dell’oppio; e alle smanie febbrili succedevano mortali letarghi.

Una sola volta in questi tre anni, quasi per miracolo, essa si destò calma, e come se fosse diventata a un tratto un’altra persona. Ripensò ai casi di Giulia Lespinasse come ai casi di un’altra donna, si sentì riconciliata alla vita, potè leggere, conversò con D’Alembert, andò a fare una passeggiata nel giardino delle Tuileries. Era un giorno di settembre del 1775. Ne parla in una sua lettera, la sola lettera tranquilla in tutto il volume: «C’était une belle matinée de soleil: j’ai été aux Tuileries: oh, qu’elles étaient belles! le divin temps qu’il faisait! l’air que je respirais me servait de calmant: j’aimais, je regrettais, je désirais; mais tous ces sentiments avaient l’empreinte de la douceur et de la mélancolie.... Oh, je ne veux plus aimer fort, mais j’aimerai doucement....»

Ecco finalmente, la prima volta, per la misera donna un giorno di pace, di rassegnazione, di autunnale poesia. Essa stessa ne rimase sorpresa, trasognata; avvezza com’era a vivere vertiginosamente nel terribile cerchio d’un uragano, a respirar sempre l’aria elettrica della tempesta.

VI

La sera di una burrascosa giornata di novembre, a Roma, nell’ora del tramonto, io vidi dall’orto di Sant’Onofrio sul Gianicolo uno spettacolo che non potrò dimenticar mai. La città tra il barlume crepuscolare e la nebbia pareva un’enorme Pompei sotto la cenere. Il cielo era spaventoso. Blocchi giganteschi di nuvole color di rame si affollavano verso oriente: a occidente, una immensa tenda di fuoco, candescente come una fornace dove il mantice soffii continuo. Qua e là, immani forme di mostri apocalittici, tizzoni fumanti, striscie di sangue, rovine babiloniche, confusi avanzi di enormi naufragi.... E tutto era immobile, peso, senza un alito di vento. Solo in fondo all’orizzonte, verso Albano, si vedeva un pezzo di cielo turchino, un piccolo triangolo d’un azzurro ineffabilmente tenero e profondo, un occhio di paradiso su quella babele di nuvoli minacciosi....