Nel romanzo Valérie, essa ci ha lasciato il proprio ritratto; o per meglio dire una galleria dei suoi ritratti: essa vi si è dipinta in tutti i costumi, in tutte le attitudini, a ricevere il culto di latria di quel povero Gustavo, che trascina di chiesa in chiesa, di certosa in certosa, di villa in villa, il suo amore e la sua tise. Ciò nonostante, Valérie è un libro bello, vero, ben composto, bene scritto, e si legge ancora con piacere, e durerà. Scritto dalla Krüdener in un momento critico della sua vita, quando per lei tramontavano la gioventù e la bellezza, e gli amori terreni cedevano il luogo nel suo cuore alle esaltazioni religiose, essa vi ha ritratto le delicate nuances di quel momento unico, di quel passaggio. Ciò dà al romanzo una grazia tutta femminina, un’attrattiva irresistibile: e forse la Valérie è il solo romanzo di forma epistolare che regga a una lettura continuata, e si possa gustare dalla prima all’ultima pagina.

E se anche oggi si pensa e si scrive di Giuliana Vietinghoff baronessa di Krüdener, dei suoi trionfi di salon, del suo illuminismo, dei suoi catechismi ai filosofi e ai re; se ricordiamo che nel suo gabinetto fu da Alessandro e dagli altri angioli bianchi del nord tracciato il disegno della Santa Alleanza; se la seguiamo nei suoi viaggi di apostolato sul Caucaso ed in Crimea, o quando esule essa conduce con Kellner una vita di nomade e di fuggiasca, perseguitata dalla polizia, derisa dai filosofi, ma sempre serena, operosa, infaticabile, incorreggibile; insomma, se dopo la sua morte (1825) il mondo si occupa ancora di lei, essa lo deve unicamente a questo volumetto di Valérie. Annunziato abilmente dal Mercure, preconizzato da Bernardin de Saint-Pierre, fino da quando fu pubblicato nel 1802, destò un vero entusiasmo. La moda, grande ausiliatrice a Parigi, confermò quel successo. Cappelli, piume, sciarpe, scarpini, ghirlande, tutto fu à la Valérie per più mesi. Ma il libro sopravvisse alla moda: sopravvisse ai bastoni a serpente, alle strette lunghissime falde e alle colossali cravatte degli incroyables, ai guanti ricamati, ai bonnets à plumage e alle sciarpe di mussolina delle merveilleuses.

LA CONTESSA GUICCIOLI

Le onde dei lunghi aurei capelli le scendevano fino ai piedi, come un torrente delle alpi che il sole colora coi suoi raggi mattutini.... Essa creava intorno a sè un’atmosfera di vita; l’aria stessa illuminata dai suoi sguardi pareva farsi più leggiera; tanto essi eran soavi e pieni di tutto quel che possiamo immaginare di più celeste.... Vi si insinuavan nell’anima, come l’alba di una bella giornata di maggio.»

Statura piuttosto piccola; gracile, ma perfetta di forme: bianchissima di carnagione: sorriso etereo, Correggiesco: occhi veramente italiani, pieni di languori e di tempeste, di sorrisi e di lacrime.

Aveva diciassett’anni: era di nobile famiglia, i Gamba di Ravenna, ed usciva allora di convento. Il conte Guiccioli era vecchio, era vedovo, ma era anche ricchissimo.... e gliela dettero in moglie.

Lord Byron la vide per la prima volta in casa della contessa Albrizzi, nell’autunno del 1818. Ne fu colpito come da una visione celeste; ma evitò di rincontrarla,

Car le baril de poudre a peur de l’étincelle.