Egli era all’apogeo della sua gloria, ma in lotta col suo cuore, e in guerra aperta colla famiglia, colla patria e col mondo: i capolavori del suo genio poetico si succedevano; ma quelle pagine di alta poesia eloquente e patetica, tragica e satirica, uscivano da un harem veneziano dove egli consumava le forze e la vita, fra le braccia di animali donne, com’egli stesso le chiamava, bevendo fino a tarda notte vino del Reno e cognac, fremendo, e ruggendo irrequieto come un leone in una gabbia, tanto che i suoi bei capelli si facevano grigi, e le digestioni difficili, e i sonni brevi e convulsi.

Aveva allora trentun anno, ed era sempre bellissimo, nonostante quel regime micidiale di vita: il più bell’uomo del suo tempo, a giudizio della Albrizzi, della Blessington, dello Shelley, del Trelawny, del Moore, dello Scott. La sua testa d’Antinoo era come un bel vaso di alabastro illuminato da interna luce. I suoi occhi grigio azzurri, cangianti come il colore del mare, esprimevano con rapida successione le passioni più opposte, dall’entusiasmo raggiante alla collera concentrata, dall’ardente simpatia del poeta al glaciale disprezzo e all’orgoglio del lord inglese. Il volto di un perfetto profilo era pallido abitualmente, ma di un pallore marmoreo; e su la nobile fronte e sul bellissimo collo spiccavano bruni e folti e naturalmente inanellati i capelli.

Era destino che si ritrovassero, che si amassero. «Nell’aprile del 1819 — scrive nei suoi Ricordi la giovinetta contessa — io feci la conoscenza di lord Byron. Mi fu presentato a Venezia dalla contessa Benzoni nella di lei società. Questa presentazione, che ebbe tante conseguente per tutti e due, fu fatta contro la volontà d’entrambi, e solo per condiscendenza l’abbiamo permessa. Io stanca più che mai quella sera, per le ore tarde che si costuma fare in Venezia, andai con molta ripugnanza, e solo per obbedire al conte Guiccioli, in quella società. Lord Byron che scansava di fare nuove conoscenze, dicendo sempre che aveva interamente rinunziato alle passioni e che non voleva esporsi più alle loro conseguenze, quando la contessa Benzoni lo pregò di volersi far presentare a me, si ricusò dapprima, e solo per compiacenza glielo permise. La nobile e bellissima sua fisonomia, il suono della sua voce, le sue maniere, i mille incanti che lo circondavano, lo rendevano un essere così differente, così superiore a tutti quelli che io avevo sino allora veduti, che non potei a meno di provarne la più profonda impressione.... Da quella sera in poi, in tutti i giorni che mi fermai in Venezia, ci siamo sempre veduti.»

Veduti ed amati! E la donna in questo amore aveva molto più da perder che l’uomo, socialmente parlando. È vero; ma io non farò su lei nè morali rimpianti nè ipocrite elegie. Essa fu amata sinceramente e passionatamente dal più grande poeta del secolo, giovine e bello, nobile e generoso. Essa fu il solo vero amore di Byron, dopo le prime vaghe sue affezioni d’adolescente. Nel cuore di Aroldo essa non ebbe succeditrici o rivali; vi regnò unica, e non lo cedè che alla Grecia. Qual trionfo per una donna!

Ma, in compenso, essa fece a lui un bene anche più grande, infinitamente più grande. Essa brillò come un’iride su l’uragano di quell’anima, e vi portò la calma, la serenità, la giovanile freschezza. Essa ricompose e acquietò quel cuore esulcerato e agitato, quel cervello minacciato dalla pazzia. Essa rese a Byron il rispetto di sè medesimo, e per lungo tempo la pace e l’armonia della vita. Essa, essa sola, seppe farlo pianger d’amore.

Attratta come da una corrente magnetica irresistibile, si gettò nelle braccia di lui coll’entusiasmo dei suoi diciotto anni, colla sincerità del suo cuore verginale. Non si arrese dopo le calcolate strategie delle adultere da romanzo, ma si abbandonò a lui, tremante d’amore vero, come Francesca. Egli si vide innanzi viva e reale la donna de’ suoi sogni, pura, ingenua, passionata. Il cuore di Zuleika e di Medora palpitò ardente negli amplessi del poeta. Essa lo amò non per la gloria del nome, non per lo ambito trionfo di vedere ai suoi piedi il più famoso poeta del tempo, non per la vanità di far parlar di sè tutta Europa, e sapersi invidiata dalle donne più belle; — ma lo amò per lui proprio, lui Giorgio Byron, giovine, bello e infelice. Essa era lontana mille miglia da quel sentimento misto di vanità che fece scriver lettere e intraprender viaggi e minacciare suicidi alle sedicenti innamorate di Goethe e di Rousseau, di Châteaubriand e di Lamartine. Essa fu veramente donna e italiana, cioè sincera e passionata. Ambedue erano infelici, benchè di differente sventura. La vittima innocente consolò l’infelice colpevole; e, agli occhi del mondo, si perde per salvarlo.

Egli sentì, con fremiti di voluttà e di arcano terrore, che il suo cuore non era morto come credeva, ma che anzi non aveva mai amato così; e si abbandonò a tutto l’incanto di questa passione che presentiva esser l’ultima. Non potè più vivere lontano da lei. Ed essa aveva dovuto lasciare Venezia. «È vano lottare, lasciatemi amare e morire!» E confidava al Po, in versi immortali, il suo amore e i suoi desiderii, chè gli portasse alla sua donna, passando sotto le native sue mura. Andò a Bologna, e là inquieto e solitario, passava lunghe ore fra le tombe della Certosa, ammirando la bellezza delle rose sparse sui marmi, e il semplice affetto di alcune iscrizioni.... Ma la seppe malata a Ravenna, e non potè più resistere, e a costo di comprometterla, vi andò subito. La pineta e la tomba di Dante erano scuse sufficienti al gran pellegrino. Come e quanto egli l’amasse si può ben intendere da queste parole dei Ricordi manoscritti della contessa medesima, citati da Moore, e che dicon tanto nella loro ingenua sincerità romagnola. «Egli giunse a Ravenna nel giorno della solennità del Corpus Domini, mentre io attaccata da una malattia di consunzione, che ebbe principio dalla mia partenza da Venezia, ero vicina a morire. L’arrivo in Ravenna di un forestiere distinto, in un paese così lontano dalle strade che ordinariamente tengono i viaggiatori, era un avvenimento del quale molto si parlava, indagandosene i motivi, che involontariamente poi egli stesso fece conoscere. Perchè avendo egli domandato di me per venire a vedermi, ed essendogli stato risposto che non potrebbe vedermi più, perchè ero vicina a morire, egli rispose che in quel caso voleva morire egli pure; la qual cosa essendosi divulgata, si conobbe così l’oggetto del suo viaggio. Il conte Guiccioli visitò lord Byron, avendolo conosciuto in Venezia, e nella speranza che la di lui compagnia potesse distrarmi ed essermi di qualche giovamento nello stato in cui mi trovavo, lo invitò a venire a visitarmi. Il giorno appresso egli venne. Non si potrebbero descrivere le cure, i pensieri delicati, quanto egli fece per me. Per molto tempo egli non ebbe per le mani che dei libri di medicina, poco fidandosi nei miei medici. Ma la tranquillità, anzi la felicità inesprimibile che mi cagionava la sola presenza di lord Byron, migliorarono così rapidamente la mia salute, che entro lo spazio di due mesi ero in convalescenza.»