Fu in quel tempo che Byron le propose di fuggire con lui. Essa non volle: sperava invece ottener presto il divorzio.
«Quando passai allo stato di convalescenza, egli era sempre al mio fianco; e in società, e al teatro, e cavalcando, e passeggiando, egli non si allontanava mai da me. In quell’epoca, essendo egli privo dei suoi libri e dei suoi cavalli, e di tuttociò che lo occupava in Venezia, io lo pregai di volersi occupare per me, scrivendo qualche cosa su Dante; ed egli colla usata sua rapidità scrisse la Profezia di Dante.»
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Poco dopo, essa dovè accompagnare in una gita di varii giorni il marito, e Byron tornò triste e solo a Bologna. Qui, col cuore ammollito ed esaltato dal nuovo sentimento che tutto lo possedeva, l’antica malinconia della sua prima gioventù lo riprese. Quella sorgente di naturale tenerezza che nè gli sforzi, le ingiurie e il veleno del mondo, nè i suoi propri eccessi avevan potuto disseccare affatto, corse di nuovo più vivace che mai per le sue vene. Sentì che cosa vuol dire amar davvero ed essere amati; troppo tardi per la sua felicità, troppo intensamente per la sua pace — ma che importa? lo sentì e ne fu beato. Egli andava tutti i giorni a visitare il quartiere che essa soleva abitare in Bologna e dov’era stata pochi dì prima, e lì, in quella stanza solitaria, dove tutto gli parlava di lei, provava una ineffabile voluttà a scrivere nelle sue carte, a leggere e postillare i suoi libri.
Un giorno, nel giardino di quella casa, assiso presso una fontana, pensando a lei, in quella mesta ora del vespro che nessuno dopo Dante ha cantata meglio di lui, sentì così vivo ed acuto lo spasimo della lontananza, fu preso da così ardenti desiderii, da così strani terrori d’amante, che dette in un pianto dirotto. Egli pianse d’amore, come Dante e l’Alfieri, come il Burns ed il Foscolo, che non hanno temuto di passare da vigliacchi sentimentali nel confessarcelo, e che pur non eran romantici....
In questo stesso giardino, in un volume della Corinna appartenente alla contessa, egli scrisse in inglese col lapis queste parole: «Teresa mia. Ho letto questo libro nel tuo giardino. Tu eri lontana, amor mio.... altrimenti non sarei stato a leggere. Questo è un libro prediletto da te e scritto da una mia amica. Mi è doppiamente caro. Tu non capirai queste parole inglesi (ma anche altri non le capirà, e perciò non le scrivo in italiano) ma tu riconoscerai lo scritto di chi passionatamente ti ama, e indovinerai che sopra un tuo libro egli non poteva pensar che all’amore. In questa parola, bella in tutte le lingue, ma più nella tua, o amor mio, è compresa tutta la mia esistenza presente e futura....»
Bisogna convenire che se Byron sapeva far dei bei versi, conosceva però l’arte d’amare, per lo meno quanto l’arte poetica. E si capisce che la contessa doveva adorarlo.
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Ma la situazione era equivoca e dolorosa per tutti e due, e non poteva a lungo durare. La contessa dovè tornare a Ravenna, e Byron aveva giurato di seguirla. Amici zelanti vollero dissuaderlo; anzi arrivarono a deciderlo di partire per l’Inghilterra «per il bene suo e per la pace della signora.» Ma la signora non la intendeva così. Gli scriveva lettere passionate, ed egli vi rispondeva con altre ardenti, in un italiano un po’ barocco, ma chiaro ed eloquentissimo.
A Venezia, un giorno ch’egli aveva più ascoltato la voce tanto autorevole e tanto poco obbedita del giudizio e della ragione, si fece un coraggio da leone, e decise lì per lì di partire per Londra. Era già in abito da viaggio, aveva preso i guanti e il cappello e la mazza. I suoi bauli erano in gondola. I servi pronti a piè di scala. Non gli mancava che scendere.... quando riceve una lettera che gli annunzia che la contessa è malata e che desidera di vederlo. Disordina tutto, e rimane, e le scrive subito: «Cara! credevo che il miglior partito per la pace tua e la pace della tua famiglia fosse il mio partire, e andar ben lontano; poichè esserti vicino e non avvicinarti sarebbe per me impossibile. Ma tu hai deciso che io debba ritornare a Ravenna; tornerò e farò, e sarò, cara, ciò che tu vuoi!... Non posso dirti di più.»