Se fanno un po’ di chiasso, non sarà male. Mostreranno così di esser donne vive e vere, e non fantocci ripieni di stoppa, e che si somigliano tutti.

Firenze, 15 aprile del 1883.

Enrico Nencioni.


LA POMPADOUR

Aveva appena nove anni quando le fu predetto che sarebbe stata la favorita del re di Francia. La madre, corrotta e galante, diceva di lei ancor giovinetta, ed in sua presenza: È un boccone da re. La natura le aveva dato l’istinto della seduzione, il gusto innato della toelette, il sentimento e l’amore dell’arte, una diabolica vivacità parigina, l’orrore della noia, una grazia ineffabile ed una rara bellezza: fisonomia espressiva, simpatica; occhi di un colore misterioso, indefinibile, cupo-azzurri, dagli sguardi lenti, irresistibili; magnifici capelli castagni; denti ammirabili; un sorriso rallegrante su due labbra voluttuose di un roseo pallido. Jeliotte, il famoso Jeliotte, le aveva insegnato il canto ed il cembalo; Guidaubert, il re dei ballerini, la danza; Crébillon, la declamazione. Disegnava, dipingeva, incideva. Cantava con passione, recitava con brio. E quando da madamigella Poisson (ignobile nome che doveva avvelenare i trionfi della futura marchesa, e seppellire per anni ed anni nelle tenebre della Bastiglia quegli infelici che lo ripeterono in velenosi couplets) essa diventò madame d’Etioles, grazie alle savie precauzioni della previdente maman, tutte quelle armi d’Armida furono adoprate per attirare, arrestare, incatenare il cristianissimo e annoiatissimo re di Francia.

Nella foresta di Senart, ritrovo delle cacce reali, madame D’Etioles, vestita di raso azzurro, mollemente sdraiata in un phaéton color di rosa, si offerse più volte agli sguardi di Luigi XV, passando e ripassando fra i cavalli e i cani da caccia del re come una Diana sorridente e affascinatrice.... Una sera di carnevale, al ballo per le nozze del Delfino, un grazioso domino, dopo aver lungamente intrigato il re, sollevò la maschera e lasciò cadere il fazzoletto. Il re, riconosciuta la misteriosa Diana, raccolse il fazzoletto e lo lanciò ridendo dietro a lei che fuggiva. Poche sere dopo, ella abitava al piccolo entre-sol sulla camera stessa del re, trepidando, simulando terrori per le gelosie del marito, giurando di aver sempre amato e amare in Luigi l’uomo e non il monarca, sorridente e piangente, insomma una vera salsa-piccante per l’ottuso palato del monarca libertino e annoiato. E che! dicevano i Condé, i Richelieu, questa borghese, questa robine qui n’est pas née sarà di fatto la regina di Francia? Pur troppo: egli, che a far dispetti c’ingrassava, la fa nascere a modo suo, la mette pubblicamente sotto la sua protezione, la onora, le dà palazzi e titolo, vuole che sia da tutti rispettata la sua scelta sovrana, che tutti pieghino il ginocchio dinanzi alla favorita, da lui creata marchesa di Pompadour. E così fu fatto....

Fu come un risveglio generale, un destarsi da un lungo sonno in quella corte di annoiati. Tutti, dal re al maggiordomo, vivevano nell’aria mefitica del freddo libertinaggio, della stanchezza, della noia. «La improba invitta necessità di consumar la vita» era la tortura di quei languenti: la Pompadour aprì una corrente d’aria vivificante in quel limbo. Capì che per mantenersi arbitra del cuore di Luigi, bisognava distrarlo continuamente, tener sempre desta e sempre appagata la sua curiosità. La delicatezza e la varietà nei piaceri, la seduzione delle sorprese, un rinnovamento continuo di toelette, di passatempi, resero il gusto della vita a quei moribondi. Il capriccio diventò la legge di corte, ed essa trasportava corte e re da Versailles a Crécy, da Crécy a Bellevue, da Bellevue a Fontainebleau, con rapidi viaggi e brevi soggiorni, inventando nuovi divertimenti in ogni nuova dimora. Il teatro dei piccoli appartamenti fu sua invenzione, e fu il vero teatro dei suoi primi trionfi. Il re assisteva a tutte le rappresentazioni. Il fiore della nobiltà componeva il parterre. La Vallière, De Nivernois, De Croissy recitavano con madama di Pompadour. Il re si divertiva, rideva, applaudiva; e una sera, incantato dalla magia della voce e del sorriso di lei, le disse con accento di sincera ammirazione: «Vous êtes la plus charmante femme qu’il y ait en France.» E poteva dirlo davvero, abbagliato dalle continue metamorfosi di quella sirena. Cantando e recitando, essa sfoggiava nel suo vestiario le più graziose fantasie della moda, che spesso erano creazioni improvvisate dal suo gusto parigino. Ora appariva in costume di pastorella, con abito di taffetas bianco guarnito di nastri azzurri (l’azzurro era il colore preferito dalla marchesa) o colla veste procace color rosa di Colin; ora da sultana splendida di cachemires e di gemme, visione abbagliante; ora da bella giardiniera, con un largo cappello di paglia dai nastri celesti, con un vestito bianco ornato di roselline, e un canestro di giacinti al braccio....