Quale contrasto con la vita uniforme, regolare, monastica, della povera regina Maria Leczinska! Alle torture della gelosia, alle lacrime ardenti fattele versare dalla Nesle, dalla Châteauroux, era successa in quella anima nobile e delicata, una cristiana rassegnazione, una immolazione completa. Quali agonie non le aveva inflitto quel codardissimo fra tutti i re! L’aveva ridotta a tale che essa scriveva alla duchessa di Luynes: «Non mi son concessi nemmeno i più innocenti piaceri della vita.» Quando Luigi si ammalò a Metz, e fu in pericolo, e licenziò la Châteauroux, essa era accorsa al suo letto, apportandogli intero il suo perdono e il suo amore. La conversione durò due settimane.... La regina dovè ripartire, la favorita tornò gloriosa e trionfante. Fu l’ultima mortificazione che trafiggesse quel nobile cuore. Essa lo elevò al cielo, e lo rese invulnerabile. Ma la sua vita ordinata ed ascetica era soggetto di scherni continui in quella corte corrotta. Fino le sue cameriere si prendevano con lei delle libertà che non avrebbero osato con una semplice dama. Quando la favorita Châteauroux morì improvvisamente, la buona regina che credeva agli spiriti, chiamò di notte una sua cameriera, e le disse: «Dio mio, se quella povera Châteauroux mi apparisse! mi par sempre di vederla!» — «Eh, madama, rispose la cameriera stizzita d’essere stata svegliata, se quella signora tornasse stanotte in questo mondo, non sarebbe Vostra Maestà che riceverebbe la sua prima visita.» I cortigiani e le dame che dovevano per cerimonia esser presenti al suo pranzo, alle sue passeggiate, lo riguardavano come una vera corvée, e regnava un silenzio glaciale. Il Casanova ci ha descritto un pranzo della regina a cui fu presente; durante tutto il quale, la conversazione si ridusse a questo dialogo veramente spartano: «Monsieur de Lowendal!» — «Madame!» — «Je crois que ce ragoût est une fricassée de poulets.» — «Je suis de cet avis, madame.»

Uno dei pochi meriti (dico merito in senso puramente relativo) della nuova favorita fu il suo delicato contegno in presenza della regina. Le parlò sempre in atto di suddita, in tono di ossequio, non permise mai che si facesse con lei la minima allusione irriverente alla povera tradita. E questo sentimento, in donna pervertita dalla propria madre, e corrotta fin dall’infanzia, fu pur qualche cosa; e dobbiamo tenergliene conto.

L’antica mademoiselle Poisson tornava ogni tanto a far capolino nella nuova marchesa: la borghese si lasciava scappare delle parole, delle espressioni, che erano malignamente sottolineate dalle vere dame. Un giorno dirà, per esempio, qu’on m’ôte cet engin de devant moi, a proposito di un cugino con cui era in collera; un altro, chiamerà madame di Amblimont mon torchon. Son noti i due versi che Voltaire le improvvisò all’orecchio quando, pranzando con lei, le sentì chiamar grassouillette una quaglia:

Grassouillette, entre nous, me semble un peu caillette,

Je vous le dis tout bas, belle Pompadourette.

Adagio adagio, seppe imporsi a tutti e trionfare temuta. Ma quali terrori continui, quanti sospetti, quante cure, quante fatiche morali, quanti fisici strapazzi, per mantenersi trionfante! Altre celebri favorite ebbero da fare con reali amanti o spensierati, o generosi, o passionati: essa invece doveva lottare col più calcolato egoismo, col cuore più arido e morto, simulare e dissimulare, occuparsi, per propria difesa, della politica, per la quale non era fatta, lei nata artista, e illuminare spesso col suo buon senso borghese le ottuse intelligenze degli uomini di Stato che governavano allora la povera Francia.... Poi venivano le torture dei sospetti, delle gelosie; vedeva per tutto una rivale, sentiva già gli insulti che la fulminerebbero se cadeva dal suo piedistallo. Come riderebbero le Coislin, le D’Argenson!... Poi si spaventava del suo freddo temperamento, temeva che il re libertino si disgustasse di lei, ricorreva a filtri micidiali, a erbe assassine, e si rovinava la salute irreparabilmente per vincere le sue froideurs de macreuse come lui le chiamava....

La vera gloria della Pompadour, — sua gloria e sua scusa — è il vivo e costante amore per l’arte e le lettere, la sua ammirazione, la sua intelligente e affettuosa protezione dei più insigni artisti e scrittori contemporanei. Voltaire, D’Alembert, Diderot, Montesquieu, Duclos, Crébillon, ebbero ripetute occasioni di esserle riconoscenti. Tentò ogni modo di beneficare Jean-Jacques: ma egli, il solo filosofo di buona fede tra quei mondani filosofi, evitò i beneficii. Si studiava di eccitare nel re la nobile ambizione di protettore dei grandi contemporanei, gli rammentava gli esempi di Augusto, di Francesco I, di Luigi XIV.... Fiato sprecato. Egli la guardava col suo inerte vitreo occhio di pesce, e sorridendo col suo glaciale sorriso di vecchio libertino, le rispondeva: «Vorreste che gli invitassi tutti a pranzo con me?» E ne citava i nomi, e li contava e concludeva: «A dar retta a voi, tout cela cenerebbe ogni sera con me....» — «Ah, tout cela, Sire, non fu invitato a cena da voi,» ma essa era istintivamente con loro. «Dans le fond de son cœur, elle était des nôtres,» scriveva Voltaire a Duclos. Nell’entre-sol della marchesa a Versailles, si riunivano e discutevano colla massima libertà economisti ed enciclopedisti. Vi pranzavano spesso Diderot, Quesnay, Helvétius, Turgot; e tout cela analizzava i mali, prevedeva le tempeste e faceva dire alla Pompadour le memorabili parole, a torto attribuite ad altri: Après moi, le déluge!