Le belle arti non solo furon protette da lei, ma riceverono l’impronta caratteristica del suo gusto elegante e decorativo. Ed era artista lei stessa. Le sue acque forti sono anche oggi pregiate e ammirate. I resti della sua famosa biblioteca sono ricercati avidamente dai bibliofili. Stampò, o aiutò a stampare, con le delicate sue mani, a Versailles, una tragedia del gran Corneille. La manifattura di Sèvres dovette a lei unicamente se le sue porcellane poterono gareggiare con le meraviglie del Giappone. In questi servizi di Sèvres, il genere Pompadour brilla di una grazia e di una eleganza uniche. Protesse Vanloo, protesse Cochin, beneficò costantemente Boucher. A lei si deve l’Amore di Bouchardon, insigne capolavoro, a lei le pietre incise di Gai. E tutte le grazie, tutto il gusto dell’epoca sembran derivare da lei. Protesse le arti e gli artisti, non come orgogliosa protettrice, ma come compagna; con passione più che con ambizione. L’arte francese del suo tempo fu il suo rifugio e il suo conforto tra i disgusti della favorita, e le noie e le apprensioni della politica. Essa, la prima, combattè l’arte tradizionale e accademica, gli eterni modelli greco-romani, e invitò e spinse pittori e scultori a rappresentare la vita contemporanea. Essa, la prima, volle applicata l’arte all’industria, e mise, per dir così, la sua cifra a migliaia d’oggetti d’uso e di lusso, mobili, letti, carrozze, ventagli, astucci, orologi, babioles d’ogni genere; cifra riconoscibile a prima vista, di un rococo elegante e voluttuoso, in una parola il genere pompadour. Aveva dunque ragione Carlo Vanloo, quando durante l’ultima malattia della marchesa, dipinse le Arti inginocchiate ai piedi del Destino, intercedenti per la vita di lei....

Ma il Destino fu sordo. Già fino dal 1759 la salute di lei era irreparabilmente perduta, e con la salute, la freschezza e la bellezza. Nella vecchia Histoire de madame de Pompadour pubblicata a Londra, lei vivente, nel 1759, essa è descritta così: «Le visage de madame de Pompadour n’est plus capable de fixer l’attention.... elle est d’une épouvantable maigreur....» Si sentì morire di una lenta agonia quotidiana per cinque lunghi anni. Moribonda, al sacerdote che stava per lasciare la camera, disse con un sorriso: «Un moment, monsieur le curé, nous nous en irons ensemble.»

Quando il re seppe della sua agonia, della sua morte, non versò una lacrima. E quando da una finestra del castello di Versailles, vide passare il convoglio funebre, la bara con lei dentro, tra il vento e la pioggia, disse queste parole cinicamente crudeli: «La marquise n’aura pas beau temps pour son voyage.» Una settimana dopo, la povera regina Maria Leczinska, scrivendo al presidente Hénault, gli diceva: «Il n’est plus question ici de celle qui n’est plus, que si elle n’avait jamais existé. Voilà le monde; c’est bien la peine de l’aimer!»

Quel cadavere che si trasportava in fretta, tra l’acqua e il fango, da Versailles a Parigi, era quella stessa donna che vive ancora e vivrà nel pastello di La Tour al Louvre, vestita di raso bianco ricamato a rami d’oro e mazzettini di rose, mollemente assisa in una poltrona, voluttuosa, sorridente, bellissima, con un quaderno di musica in mano. Ai suoi piedi è una cartella di incisioni; dietro a lei un vaso di porcellana di Sèvres; sulla tavola accanto, un volume della Enciclopedia e il Pastor Fido.... Povera favorita! Tutto considerato, le sue angoscie superarono di gran lunga le sue gioie in questa vita. E la derelitta regina rassegnata e credente, fu, senza dubbio, incomparabilmente meno infelice della trionfante rivale.

LA DU BARRY

Jeanne nacque l’agosto del 1743 a Vaucouleurs. La madre era designata col nome rabelesiano di la Becu. Suo padre.... Chi era suo padre? Non lo seppe mai neppur lei. Soldato? frate? cuoco? Son le tre varianti più discusse e più discutibili. Michelet sta per il cuoco: «Voyez son portrait: elle n’a rien d’obscène, mais la lèvre friande. Elle dut naître en quelque cuisine, un jour de mardi gras.»

Dalla prima infanzia è affidata alle cure di M.lle Frédérique, «grande et belle fille, extrèmement rousse, renommée pour son libertinage.» Poi un parente devoto la mette in un convento che va sottosopra ai racconti e descrizioni che la Giovannina fa del precedente suo domicilio. Poi è gettata sul lastrico di Parigi, con una cassetta di gingilli al collo, e va di porta in porta vendendo la sua chincaglieria, giovinetta e bellissima, nella più corrotta delle capitali, e nel secolo più corrotto.... Più tardi, sotto il nome di mademoiselle Rançon, è modista nel famoso negozio Labille: ha un primo amoretto col parrucchiere Lamet, e frequenta la casa di gioco della infame Duquesnoy: e finalmente, già di matura bellezza, e ricercata e di moda, diventa la favorita del serraglio che teneva a Parigi il conte Du Barry di Tolosa. Era un cavaliere d’industria, fine ed audace, in relazione col vecchio libertino Richelieu. Questi, spaventato al pensiero che il ministro Choiseul suo nemico spingesse il re a rimaritarsi, e da una bella bionda di casa d’Austria facesse consolidare la sua politica; spaventato egualmente all’idea che le orgie tiberiane a cui si abbandonava il sessagenario Luigi non lo uccidessero sul colpo, cercava una buona fille, un boccone da re, per mantenere in vedovanza il vecchio Luigi, e al tempo stesso curarne la salute mediante una igienica monogamia.