Nelle lettere di Carlyle, anche in quelle a Goethe, poche settimane dopo il suo matrimonio, e datate da Craigenputtock, nuova residenza dei due sposi e proprietà della moglie, si cerca invano qualche calda parola che ci descriva la donna gentile la quale ornava e consacrava con la sua presenza quel tepido nido.
O letterati! anche se grandi, anche se buoni, anche se amanti, come sempre fa capolino in voi l’egoismo! Come tutto vi sembra dovuto! Con che olimpica imperturbabilità accogliete le lacrime e i baci, la devozione e il sacrifizio delle povere donne!
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Il giovine Carlyle divorato dalla fiamma nascosta del proprio genio che non trovava la via per manifestarsi ed espandersi, nato di povera famiglia, selvatico e strano carattere, malaticcio ed ipocondriaco, non bello, notevole solo per due occhi pensosi profondamente incassati sotto una fronte granitica, era costretto per campare la vita a lavoro ingrato e incessante: ora maestro d’aritmetica, ora precettore privato, ora collaboratore di Enciclopedie, ora traduttore dal tedesco o dal francese. Unico lavoro di quel tempo giovanile, che resti anche oggi degno del suo nome, è la Vita di Schiller.
A un tratto le ansie e gli scoraggiamenti cessarono: la tremenda questione del pane quotidiano fu risoluta: egli ebbe insieme l’amore, la pace, l’indipendenza, la salute e il necessario impulso al suo genio, da una donna, — da quella che fu sua moglie e suo angelo tutelare, confortatore ed ispiratore per quarant’anni. Donna mirabile per generosa abnegazione, per delicatezze ineffabili, per pazienza costante, per i suoi sorrisi e per le sue lacrime; sanctissima conjux come l’avrebbe chiamata Virgilio.
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A chiunque conosce la vita e gli scritti di Tommaso Carlyle, si fa chiaramente palese che la sua natura irrequieta, la sua fantasia apocalittica, la sua eloquenza profetica tutta folgori e tuoni, il dommatismo puritano, il sarcastico humour e le sue bibliche imprecazioni alla scienza e allo spirito industriale e positivo del secolo, avean bisogno di esser quotidianamente temperate da qualche calmante, da qualche benefico influsso pacificatore: altrimenti, la cieca forza del suo genio, in perfetta antitesi con lo spirito dei suoi tempi, lo avrebbe disperatamente precipitato nel sepolcro o lo avrebbe condotto, miserando spettacolo, al manicomio. Aggiungete che egli era malato, e fu malato per tutta la vita: che concentrando ogni sua attenzione e ogni sua forza in una vulcanica attività cerebrale, egli non badava, non poteva badare, a tutti quei nulla che pur son tanto, che talora son tutto, nella nostra prosaica esistenza.... Un giovine fantastico povero e malato, con un genio formidabile ed aggressivo, che cosa poteva sperare di buono nella vecchia positiva Inghilterra? — Una donna gli tende la mano, gli dice ti ammiro e t’amo, son tua.... e quell’uomo allora può vivere, spiegar tutta l’ala sfolgorante del proprio genio, campare più di ottant’anni, e lasciare un nome immortale....
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Jane Welsh era bella, giovine, nobile, ricca, corteggiata da molti. Ma il suo cuore aveva bisogno di sacrifizio, di entusiasmo e di fede. Conobbe il povero giovine in lotta colla fortuna e col mondo, e nei suoi tristi profondi occhi vide brillare una luce divina. Credè nell’avvenire e nella gloria del genio: credè alla felicità di aiutarlo col suo amore, e lo amò consacrandosi tutta a lui. Lo sottrasse alla miseria, allo sgomento, gli portò il pane materiale e il pane spirituale ad un tempo.
Furono sposi nel 1827: e fino al 1843 dimorarono a Craigenputtock. Là fu scritto Sartor Resartus, là i primi saggi storici e critici che oggi si leggon raccolti nelle Miscellanies.