La villa era in una perfetta solitudine: lontana sei miglia da ogni altro luogo abitato: fra colline granitiche e paludi grigie stendentisi fino al tristo mare del Nord. Ma la lieta Jane animò e rallegrò al suo fosco marito il deserto. Pensava a fargli venir da Edimburgo carrettate di libri e giornali francesi, tedeschi ed inglesi. Popolò di rose il giardinetto sotto le finestre della sua stanza di studio. Due piccoli ponies eran sellati ogni mattina per la cavalcata prima dell’ore del lavoro, ed essa lo accompagnava sempre.

Robusto e delicato ad un tempo, Carlyle soffriva di indefinibili mali nervosi, e di ipocondria. Che cosa non fece Jane per distrarlo, per rinfrancarlo? Gli si mostrava sempre serena, di buon umore, avea sempre pronte delle storielle amene, degli adorabili enfantillages. Quando egli, verso sera, tornava dalla sua breve passeggiata solitaria, nella quale meditava e mentalmente correggeva il lavoro della giornata, essa gli preparava da sè e gli faceva trovare presso al caminetto acceso, il the fumante, la pipa di schiuma già empita dalla sua propria mano, e il sorriso dei suoi begli occhi di moglie amante. Carlyle era di vista debole: ed essa si adoperava assiduamente a temperare con ingegnose invenzioni la luce troppo viva del giorno, senza intercettare l’aria, e lavorava sempre a ventole e abat-jour per la lampada notturna dell’infaticabile lavoratore.

Quando credè che la soverchia solitudine potesse nuocere agli interessi e alla fama del marito, fu la prima a consigliarlo di andare a stare a Londra o vicino a Londra, e con amorosa insistenza ve lo persuase, lei naturalmente nemica del bel mondo, amante della pace rurale e della poesia delle solitudini.

A Chelsea, presso Londra, andarono ad abitare una casa provveduta di ogni comfort inglese — casa divenuta ormai leggendaria, dove lo storico filosofo ha vissuto per quasi mezzo secolo, e dove è morto.

Là era una continua affluenza di visitatori, di ammiratori del savio di Chelsea. Ma la prudenza della donna era in continuo moto per prevenire, temperare, o rimediare alle scappate di quel savio irritabile. In certi giorni, egli era un vero orso del nord, e bastava che uno gli dicesse bianco, perchè egli fosse irresistibilmente trascinato a dir nero, e a sostenere la sua contradizione con tutte le armi di una dialettica formidabile, aiutata dai lampi di una immaginazione unica, e dagli scoppi di risa di un humour grottesco e spietatamente selvaggio. A volte un povero diavolo che era andato là trepidante, pieno di devozione e di entusiasmo, era accolto come uno scolaro preso in fallo o come un nemico; e annientato con due parole. Lei spesso prevedeva il caso, e non riceveva quel giorno, o restava terza a scongiurare il pericolo.... e interveniva col suo sorriso, con le sue soavi parole, e deviava la folgore, o rianimava il fulminato, e gli procacciava il balsamo di una parola gentile dal tremendo marito, che, quando voleva, sapeva trovarne delle squisite. Ma talvolta egli incontrava chi teneva fronte ai ruggiti della sua biblica eloquenza: il Mazzini per esempio. Allora la povera Jane era in una vera agonia.... ma tanto sapeva fare, che non accadde mai che uno solo dei maltrattati visitatori, anche dei più illustri, varcasse la soglia, senza esser prima pacificato, senza aver scambiato una cordiale stretta di mano col terribile autore dei Latterday-Pamphlets.

E tutto ciò è poco, è quasi nulla, paragonato al benefizio immenso, incalcolabile, della ispirazione, dell’impulso, della influenza incoraggiante e fortificante, che la signora Carlyle esercitò sul suo illustre marito. Egli era, l’ho detto, un atleta malato, un titano ipocondriaco. La lente d’ingrandimento della sua straordinaria fantasia gli ingigantiva gli ostacoli, gli moltiplicava i dubbi, i terrori, gli abbattimenti morali. Essa accorreva allora, come una energica amica, come una madre che sa volere, e gli infondeva il sereno coraggio e la fede. A lei si deve la continuazione della Storia della Rivoluzione Francese che il Carlyle minacciava di lasciare a mezzo; fu lei che gli suggerì la prima idea delle Letture su gli Eroi, e seppe vincere la naturale repugnanza di Carlyle a fare pubbliche conferenze. Nè basta: per anni interi gli fece da segretario, stando a dettatura, copiando, leggendogli, facendo estratti per lui, come la moglie di quell’altro grande storico che nella facoltà imaginatrice ed evocatrice rassomiglia il Carlyle: la moglie di Michelet.

Aveva poi delle tenerezze infantili, delle ingenuità verginali, che ricordate dopo la morte dall’infelice superstite, lo facevano piangere. Una volta, nei primi tempi che erano a Chelsea, per economia, facevano a meno della vettura, e armati di ombrello e galoches, andavano a piedi anche di sera, intrepidamente, a far visite ai loro amici. Alle soirées, ove talvolta andavano, essa appariva elegantissima, con piccolissima o quasi nessuna spesa. «La mia cara Jane avea voluto stasera esser bella, e siccome è una incomparabile artista, s’era fatta un abito di una grazia divina, con ghirlande e festoni d’ellera naturale, che non le era costato altro che lo staccarla dagli alberi con le sue mani.» Voleva esser bella, sempre bella per lui, per lui solo, e le bastava il suo sorriso, un ramicello d’ellera sul vestito, un semplice fiore nei suoi bei capelli.