Pe' larghi campi aprici, lungo un bel correr d'acque,
Nasce il sospir de' cuori che perdesi nell'infinito,
Nasce il dolce e pensoso fior de la melodia...
Invece niente o pochissimo m'è rimasto dell'ode che segue: Saluto d'autunno: e tralasciandola parmi che il volume non ne avrebbe scapitato.
Eccoci alle odi: Le due torri e Miramar. Con brevità concettosa e fantastica il Carducci rappresenta nel linguaggio dell'Asinella, che si lancia diritta in alto come una titanica antenna, e in quello della Garisenda, che curva penosamente la sua mole immane, i drammi gloriosi e dolorosi della vecchia città medioevale. Nella prima strofa le ingrate alliterazioni di un verso (E su 'l populeo Po pe 'l verde paese i carrocci...) ricordano una annotazione curiosa del Carducci, nella quale confessò che alcuna volta egli è preso dal bizzarro compiacimento di scrivere un verso scadente e mandarlo per il mondo a cercar sua ventura. A ogni modo quella noticina stridula si perde nella severa grandiosità armonica, che io quasi direi beethoveniana, del breve componimento.
Asinella:
Bello di maggio il dì, ch'io vidi su 'l ponte di Reno
Passar la gloria libera del popolo,
Sangue di Svevia, e te chinare la bionda cervice
A l'ondeggiante rossa croce italica.