Tu ancor tra le sparse macerie

Di questi colli turriti, quando

Su le rovine de la basilica

Di Zeno al sole sibili il colubro,

Ancor canterai nel deserto

I tedi insonni dell'infinito.

Ma l'ode: Da Desenzano compie il pensiero solenne e triste del poeta intorno alla vita, coronandolo d'una luminosa fantasia oltremondana. Già nell'apostrofe a Roma s'è visto com'egli concluda augurandosi un tranquillo passaggio «ai concilii de l'ombre» a rivedere gli spiriti magni dei padri conversanti lungo il sacro fiume. Nei versi a Gino Rocchi, tutti squisitezza e profumo di eleganze e di ricordi classici, questa idea ritorna ed è svolta e colorita più precisamente. E non è senza un vago tremito dell'anima che, un manzoniano impenitente par mio, vede il poeta di Febo Apolline e di Camesana arrivare al suo bel sogno classico, passando per lo mezzo al manzoniano ricordo delle monache longobarde salmodianti nel silenzio notturno di un chiostro e mormoranti «la requie.... sui giovani pallidi stesi sotto l'asta francica.» Chi non vede profilarsi sotto la luna il volto bello e doloroso di Edmenegarda? Chi non ricorda le «vergini indarno fidanzate» e le madri che videro i pallidi nati trafitti dall'asta nemica, nel coro dell'Adelchi? — Ma quella non è che una sosta fuggevole; il poeta s'affretta verso la classica visione e attacca immediatamente:

E calerem noi pur giù tra i fantasimi

Cui nè il sol veste di fulgor porpureo

Nè le pie stelle sovra il capo ridono