La musa de' tempi che furo

Sale aspersa di faville d'oro;

E un coro e un canto di forme aeree,

Quali già vide l'Allighier muovere

Ne' giri d'armonica stanza,

Cinge l'italica Margherita....

L'ode, come ognuno sente, esordisce con una intonazione idealmente signorile e muove, fin dai primi suoi passi, con un incedere veramente regale. Ci vorrebbero delle musiche di Gluk o di Sacchini, pure, dolci e solenni, nei momenti che esprimevano le entrate de le belle eroine coronate sulla scena classica.

Il coro delle sostanze aeree è formato dalla Canzone, dalla Sirventese e dalla Pastorella.

Ognuna, presentandosi alla Regina d'Italia, parla di sè e de' suoi nobili vanti. La Canzone ricorda Dante dall'anima del quale ella spiccò il volo fino ai cieli: ricorda che passò sovra le lagrime del Petrarca e accese pur lui «corone di stelle in sull'aurea chioma d'Avignone». Quest'ultimo traslato, dico passando, a me non piace affatto. Avrebbe scritto il Carducci, a proposito dell'amore di Dante, «sulla chioma aurea di Firenze» volendo significare Beatrice? Bellissimo invece nella verità che semplicemente esprime idealizzandola:

Non mai più alto sospiro d'anime