Io però sono convinto che a quella facile irritabilità e a quei frequenti, dissidi un'altra causa debba ricercarsi meno personale insieme e più profonda: una di quelle cause che, perdendosi nei misteri della psicologia, bisogna contentarsi d'intravedere o di sentire vagamente. In una lettera a Giorgio Sand, dandole conto di sè, il Tommaseo parla della sua madre italiana, della lingua italiana che è la sua, dell'Italia che adora e della vita tristissima che mena lontano da lei. E scrive due volte, come in malinconico ritornello: Mais se ne suis pes ne' en Italie!

Forse l'uomo di Sabenico, insistendo su quelle parole, intuiva la fatalità di una legge atavica che doveva incombere su tutta la sua vita; e se noi potessimo penetrare tanto addentro, forse troveremmo in quel suo sangue misto la prima cagione di quella indole sua come turbata da uno squilibrio saltuario; forse ci spiegheremmo ancora quel non so che di rotto, di frammentario di eterogeneo, che si sente in tanti suoi lavori, compreso alcuni di quelli che ei volle più armonici e più compiuti; e quell'umor suo così rubesto e difficile, sempre pronto ad alterarsi e a muovere in guerra, anche quando le sue labbra parlavano d'amore e di pace. Le labbra erano certo sincere, ma esprimevano una fraternità forse più voluta che rispondente ai segreti istinti delle origini, nei quali un vero dualismo di razza sempre permaneva; e non c'era saldatura, per quanto ben martellata, che arrivasse del tutto a sopprimerlo. Curiosi fenomeni! Alcune fiere affermazioni dogmatiche, alcune intolleranze, alcuni dispregi per la nostra civiltà che io leggevo trent'anni addietro nei libri del Tommaseo, m'è parso di risentirli, sulla stessa intonazione, leggendo gli ultimi libri di Leone Tolstoi.

Io vedo insomma un lampeggiamento, o se meglio piaccia, un vago annebbiamento di anima slava su tutta quella fioritura italica dallo scrittore dalmata.

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E questo aiuta a spiegare molte cose: tutta quella sua tenerezza mistica, tutta quella sua sottomissione religiosa unite a così frequenti ardori di intellettuali e morali ribellioni; quel grande amore all'Italia e alle sue tradizioni e quel desiderio, in tutto, di forme nuove e diverse, quasi istinto nostalgico verso una vita diversa altrove vissuta. Questo aiuta sopratutto a definire tutto il carattere singolare e solitario del Tommaseo come artista italiano.

Come artista, fu combattuto, deriso e gettato nel dimenticatorio; tanto che un bravo giovane solo adesso si arrischia a trarlo fuori e non senza aver l'aria di chiederne scusa; e si contenta che, in grazia, sia riconosciuto come «immitatore ingegnoso» o come «iniziatore modesto» là dove l'opera del Tommaseo meritava ben altra lode.

Ora sarebbe tempo, per noi, di fare un bilancio onesto; e spero che qualcuno presto lo farà.

Nella sua prosa narrativa, per esempio, tra pagine veramente stupende, non manca la zavorra. Buttiamola pure in mare; e ci vada anche, con la sua malvagia corte quel Duca d'Atene che egli scrisse nel 1837, quantunque immune di false immitazioni manzoniane, fra tanto contagio di immitatori.

Egli aveva scritto nel 1838 e trovò un editore che gli stampò a Venezia, nel 1840, un breve romanzo di vita contemporanea e di intonazione schiettamente moderna, salvo qualche arcaismo nella lingua e qualche toscanesimo ricercato. Era la storia di una bella ragazza italiana, venuta su orfana e randagia, poi spersa nella gran vita parigina, buona, debole, insidiata, amorosa e anelante a redimersi per virtù d'amore. Trova di fatto un giovane italiano, buono e debole anch'esso, il quale, consapevole di tutto, la sposa; e l'aiuta a vivere pura e a morire cristianamente. Abbondano nel racconto le scene amorose, non mai lubriche, ma rese con tocchi sinceri, quindi naturalmente piacevoli... Bastò perchè anche i nostri lettori del marchese De Sade e gli ammiratori del Batacchi si levassero contro il romanziere, scandolezzati!

Fu questo, io credo, un curioso caso di ritorsione (per dirla come i causidici) e che nella vita reale accade frequentissimo. Raccontate in società la nuova avventura galante di una persona di mondo; e tutta la gente bennata si contenterà d'invidiarle e di sorriderne discretamente; ma se la cosa capita invece ad uomo o donna che professino austerità di costumi e, Dio guardi, idee e abitudini religiose, allora è un'altra faccenda; e sorge una gara di maligne meraviglie e di severe condanne.