E anche questo libro par che porti i segni di una paurosa fatalità. Certa cosa è che il signor Luigi Prunas ha studiato a fondo il suo autore e che, fatte le debite parti alla critica, lo ammira molto e lo ama; ma nel l'affermare il suo giudizio procede sempre dubitoso e circospetto, con temperamenti e cautele infinite; e dopo che s'è deciso a fare un passo risoluto verso l'elogio, per chi si senta obbligato a farne un altro verso il biasimo; e anche quando l'opera intellettuale del Tommaseo gli si mostra evidentemente poderosa e la sua vita fuor d'ogni contrasto ammirevole, anche allora il suo biografo pare occupato a mettere dei sordini sulle corde che dovrebbe vibrare, senza ritegni, a onore e a gloria di lui. Si direbbe che, scrivendo del fiero dalmato, egli abbia sempre avuto dinanzi alla mente lo stuolo de' suoi più terribili avversari. Forse la parrucca arruffata di Pietro Giordani, forse il cipiglio di Niccolini e di Cattaneo?... Oppure che egli abbia temuto di risvegliare le ire antiche su quel povero vecchio capo, che dalla lunga vita travagliosa solamente potè riposare nel piccolo cimitero di Settignano?...
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Certo, il Tommaseo non fu amato dai suoi contemporanei. Qualche bell'anima giovanile, come Alessandro Poerio, potè esaltarsi di lui; ma intorno gli si mantenne sempre un ferreo cerchio diantipatie e diffidenze, di rancori più o meno simulati, di odi continuati e implacabili anche dopo la sua morte. Le ragioni di ciò ho volute indagarle più volte anch'io, che verso l'uomo e verso lo scrittore mi sentivo invece sospinto da moti di curiosità affettuosa e da ammirazione profonda, maturata nello studio della sua vita e degli scritti.
Al tempo della prima Antologia, uno dei frequentatori del gabinetto Viesseux lo aveva chiamato «l'onágro». Il sopranome parve calzante ed ebbe fortuna. E veramente poteva parere che ci fosse qualche cosa dell'asino selvatico in questo dalmata permaloso, scontroso, iracondo, violento, che durò per cinquant'anni a correre attraverso il campo letterario, nei giornali, nei libri, nei discorsi e nelle lettere private — talvolta anche senza scuse di provocazione alcuna — buttandosi addosso a questo e a quello. E talvolta erano nerbate che levavano le berze, talvolta punture che trapassavano le ossa.
Eccettuati, a mala pena, il Manzoni, il Capponi e il Rosmani, chi risparmiò egli dei nostri letterati e uomini pubblici? Ugo Foscolo non si salvò nemmeno con l'esiglio doloroso. Il pertinace avversario aveva confessato di voler «fare il processo» a tutta la sua vita; e fin oltre la vita egli prosseguì il suo disegno con la oculata costanza di un inquisitore spagnuolo e con la inesorabilità di un pedante italiano. Tutto gli pareva buono da scaraventare sul capo nemico: accuse grosse e minuscole: offese gravi alla onorabilità della vita e modi orgogliosi nelle relazioni sociali e ricercatezze nel vestire; il falsato ideale della lirica paganeggiante e una svista di prosodia latina...
Ugo Foscolo fu splendidamente vendicato da un'articolo di Giuseppe Mazzini, che anche all'onágro dovette passare la prima pelle. Disse in fatti di voler rispondere a quel povero Mazzini; ma poi non ne fece nulla, a quanto io ricordo.
Prosseguì invece per la sua strada senza ritegni e senza riguardi, nè anche alle proprie contradizioni. Il Giordani, il Niccolini, il Montanelli, il Carrer, il Guerrazzi, Massimo D'Azeglio, re Carlo Alberto, Camillo Cavour (la lista potrebbe facilmente continuare) l'ebbero un dopo l'altro, e tutti insieme, assalitore mordacissimo. Di Giuseppe Giusti, appena morto, non dubitò di scrivere chiamandolo «gamba di coniglio, cuore di gatto, Stenterello in mutande di Dante». Il critico francese Planche riceveva dall'italiano una bella lezione di temperanza! — Col Leopardi passò assolutamente ogni misura nello acerbità della critica al prosatore e al lirico grande, scordandosi che da quella «poesia dell'imperocchè» egli aveva pur cavato delle belle immagini e portati via di peso parecchi versi; e neppure si guardò dall'offendere l'uomo infelicissimo, con epigrammi volgarmente crudeli... Quando poi si accorgeva che Giacomo Leopardi era veramente una negazione troppo grossa di mandare giù in un boccone, allora faceva di peggio; e tirava fuori quella sua prosa di critico capzioso e sottile, in cui il sostantivo e l'attributo, il verbo e l'avverbio giocavano tra loro così bene d'altalena, che i lettori arrivavano a non capire più nulla nè del biasimo nè della lode. E in questo il Tommaseo fu maestro, pur troppo, assai immitato!
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Chi volesse difenderlo di tutto questo farebbe opera insana, andando contro la pia intenzione dello stesso colpevole, che più volte confessò e pregò di essere perdonato.
Il Prunas cerca le cause: e le trova specialmente nello spirito di contradizione che fu nel Tommaseo operosissimo; e nel grande suo fervore religioso, che gli faceva riguardare come nemico del genere umano chiunque si adoprasse a togliergli o a scemargli il conforto della fede in una vita meno grama di questa. È vero infatti che quando nelle polemiche il Tommaseo accenna a dispareri in materia di fede, il suo linguaggio diviene facilmente concitato; e anche tra le frasi amorevoli par di sentirvi un tremito d'ira contenuta. Alessandro D'Ancona mi diceva, scherzando, intorno al 1865: — Se il Tommaseo fosse meno pio e meno cieco, chi sa quanti di noi piglierebbe a calci! — Certamente nella sua religiosità egli teneva di Tertulliano e di Calvino piuttosto che di Francesco di Sales e di Fenelon; e resterà sempre significante il fatto che solamente ad uomini coi quali sentiva intero l'accordo in materia di fede (Manzoni, Capponi, Rosmini) egli diede intera la sua amicizia.