Miranda e Titania ci fanno sognare: Giulietta, Ofelia, Cleopatra sono amate da noi. Si può amare perfino lady Macbeth, se pur dobbiamo credere a certi poeti della scuola del Baudelaire. Desdemona inspira un divino sentimento di pietà; come sua sorella Cordelia, come l'Antigone greca. Nel teatro di Shakespeare, a somiglianza del teatro antico, dietro il fato che trascina alle orrende catastrofi, si appiatta sempre una Erinni vendicatrice. Essa risale spesso alle colpe dei padri; ma attua, comunque, una mistica legge di espiazione; e indi il terrore, che si leva dal dramma, afferma, comunque, questa mistica legge e avvolge in una nube fredda e sanguigna l'anima degli spettatori. Il vecchio Lear ha commessa una stolta ingiustizia come padre e come re: Amleto fu spietato con la madre, leggero e forse sacrilego verso il confidente amore di Ofelia, a cui, per giunta, uccise il padre.
Invece nel dramma d'Othello noi cerchiamo invano la colpa. In che hanno peccato, il Moro così nobile e così leale, Desdemona così amante e così pura?
Dopo che la donna è spirata e Othello s'è tagliata la gola; dopo che Cassio e Graziano e Montano e Lodovico e Rodrigo hanno abbandonata quella stanza, ove non rimangono che due cadaveri — una salma bianca «come l'alabastro della tomba» e un corpo nero tutto lordo di sangue — la mente impaurita continua ancora a contemplare la scena e non cessa dal chiedere: ma perchè?...
Ah povero, povero Moro, tu sei troppo da compiangere, perchè il tuo delitto ti perseguita anche al di là del sepolcro! Pochi istanti prima di morire, hai pensato all'orrore che proverà il tuo spirito incontrandosi con quello della tua donna, che non sapesti amare....
Lei almeno consoleranno l'apoteosi della pietà umana e il compianto immortale. Se crescono i salici lungo i fiumi dell'Eliso, essa, anima solitaria, vi canterà la sua canzone melanconica e dolce; e, indarno, dal virgiliano bosco dei mirti, le anime di Saffo e di Fedra, di Isolda e di Francesca da Rimini la inviteranno ad unirsi a loro, per narrarle i terrori e le gioie degli amori colpevoli...
NICOLÒ TOMMASEO
È certamente la figura di letterato più curiosa e più bizzarra in quel lungo periodo nostro che va dal 1820 al 1870; nè vi ha scrittore che abbia dato a quel tempo una produzione come la sua multiforme e complessa, difficile a essere abbracciata in una sintesi e stimata al suo conveniente valore. Dirò di più: nessun altro scrittore io saprei trovare da mettere al paio con lui in tutta la nostra storia letteraria. Per la vita agitata e per il temperamento di polemista irascibile e perfino accattabrighe, potrebbe richiamare qualche nostro umanista dal XV e XVI secolo: si è tentati di pensare al Filelfo, al Doni, financo, per certi particolari, a Pietro Aretino; ma subito si è allontanati dal confronto, come da una brutta ingiustizia, per la gran distanza che ci corre nella moralità della vita, la quale, si voglia o no, fu sempre nel Tommaseo altamente rispettabile e, in certi suoi aspetti e in certi periodi, eroica.
Una cosa parmi certa: se Nicolò Tommaseo fosse nato francese, tedesco e magari russo, chi sa quanti volumi si sarebbero stampati intorno a lui uomo e scrittore! In Italia sono dovuti passare dalla sua morte quasi trent'anni, prima che ci fosse dato di leggere un libro che tratti di lui largamente e degnamente[2].