Poichè bisogna pur confessarlo: nelle epopee e nei drammi lo «straniero» rappresenta assai spesso l'egoismo mascolino, che raccoglie passando i fiori e poi li getta e li dimentica... Lo straniero cammina dinanzi a sè; e la mèta dell'uomo, pur troppo, è posta al di là dell'amore! Bacco, Giasone, Ulisse, Enea, procedono alla loro mèta fatale, e lasciano le donne a piangerli dal lido o a maledirli dal rogo.
La dolce Desdemona, non solamente paga intero il suo tributo a questa idealità imperiosa e spietata, ma ne resta come tutta assorbita ed annichilita. È la nota più singolare di questa singolarissima creazione dello Shakespeare.
Dove sono la mente e la volontà di Desdemona? Essa certo le ha possedute e ha mostrato di saperle adoperare assai bene, fino al limitare del dramma.
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Dopo, tutto cangia. La sua volontà pare che svapori e si perda in quella del Moro, il quale non solamente la domina con la volontà propria, ma la sostiene e la volta qua e là, su e giù, come una piuma a mezz'aria col soffio. Mai una resistenza nè un principio di reazione anteriore! S'egli la percuote brutalmente dinanzi ai gentiluomini veneziani, appena s'arrischia di piangere e subito dopo è rabbonita: quando egli le annunzia che l'ucciderà, si contenta di chiedere la vita anche per una mezz'ora. Othello è in tutto e per tutto «il suo signore».
Anche la mente della donna sembra discesa, a forza di rimanere immota in un pensiero unico, allo stato di una ingenuità troppo elementare: — Credi tu, Emilia, che vi sieno al mondo delle donne capaci d'ingannare il marito?.. — È insomma scomparso affatto quel caldo e vivace temperamento, che noi travediamo in principio, di una giovane veneziana, cresciuta nel lusso e nelle eleganze del Rinascimento, amante della danza e della musica, passionata nell'amore fino a fuggire dalla casa paterna. Tutto questo ha l'aria di sciogliersi e degenerare in qualche cosa di troppo lontano e troppo diverso. «Fredda, fredda come la tua onestà!» geme disperato il Moro, abbracciando il suo bel corpo inanimato; e in quel grido ci sembra di cogliere la sintesi del suo carattere trasformato.
Ebbene no: Shakespeare nella giovane sposa di Othello ha vagheggiato un tipo di delicata perfezione morale ed estetica e lo ha perfettamente raggiunto.
Desdemona è il tipo delle donne che amano fino alla devozione, non solo, ma fino alla perfetta abdicazione di sè. La remissione dello spirito e la rinuncia del volere, che altre donne ottengono per mezzo della pietà mistica, essa la raggiunse nell'amore, che è in lei monomania profonda e idolatria serena. Il lato strano ed eteroclito della sua passione per il Moro, in cui la infernale malvagità di Jago volle far sospettare «un traviamento del senso», era invece una schietta emancipazione da ogni sua tirannia. La giovane nel primo atto ha potuto dire al Doge e ai Senatori: «Guardando Othello io non vidi che la sua anima:» e muore non credendo nemmeno alla possibilità della colpa di cui è creduta rea.
E Shakespeare come l'ama questo fantasma così puro della sua mente! E come con tocchi di dolcezza ineffabile par che si studi a compensare questo carattere di tutto quello che esso gli toglie di vivo e d'umano agli occhi dei volgari! Le frasi piene di poesia, di tenerezza e d'ambascia desolata che il poeta fa pronunziare sommessamente a Othello accanto al letto di lei prima di svegliarla, poi ruggire sopra di lei dopo che l'ha soffocata, danno l'idea del bisso, degli aromi e dei balsami preziosi in cui un padre, nei tempi antichi, avrebbe composto nel sepolcro il corpo di una carissima figliuola.
In questa parte del tragico episodio, Shakespeare è veramente «il vate dalla lingua di miele» come lo chiamavano i vecchi poeti inglesi suoi contemporanei: Sweet Shakespeare!